Cyborg She

Voto dell'autore: 3/5
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Cyborg SheUn lungo incipit che sa di sfuggevolezza narcotica/malinconica, di quegli incontri che odorano di suggestione magica (appunto, di filmicità), così “persa nella traduzione” ma già impressa in un luogo che sta fra sogno e veglia, futuro e sedativo. Ragazzo e ragazza s’incontrano per caso (?), vanno a cenare insieme, e poi si dicono addio. Non abbiamo detto niente perché in verità non è successo niente, ma l’abilità del regista risiede esattamente nel trapelare la suggestione dell’astratto, quel qualcosa di ancora inspiegabile che captiamo dai primi piani, dagli sguardi tra i due protagonisti, esattamente come un viaggio mentale attivato da un deja vù: si mostrano come estranei, ma ormai sappiamo che non è così, perché dietro (e davanti) loro c’è una pre-storia che profuma di dolcezza. Kwak Jae-young ce l’ha fatto capire dalla prima volta che li abbiamo visti, e a lui piace giocare con le emozioni dei suoi spettatori, meglio ancora se sfigatamente neo-romantici in modo allucinante, il suo pubblico più affezionato.

Con questo incipit riesce già nel suo doppio tentativo: da una parte sprizzare quel romanticismo punto fulcro di tutta la pellicola, e dall’altra, aprire l’intreccio che ora si carica pure di velato mistero: Chi è lei? Da dove viene? Chi, come, quando, cosa, perché? E, diciamocelo, non sono un po’ le stesse domande che ci siamo posti riguardo Jeon Ji-hyun la prima volta che l’abbiamo incrociata ubriaca in My Sassy Girl? Esattamente.

Una prima qualità da riconoscere ad un autore come Kwak Jae-young è proprio la coerenza, specialmente in questo caso, trattandosi della sua prima trasferta fuori dalla Korea verso produzioni nipponiche; ancora una volta, ci ritroviamo davanti ad una super-donna che tiene testa all’uomo, che continua a rimanere una figura un po’ ebete e un po’ naif. Cyborg She si presenta in maniera meno estroversa ed esplosiva di My Sassy Girl e Windstruck, manca totalmente il delirio iper-nervoso, l’aura slapstick; in compenso, abbiamo il ritorno della dolcezza introversa di un The Classic, l’abbassamento dei toni, stavolta più pacati, soffici, forse più adolescenziali, di sensazioni manghesche con visi che arrossiscono e sguardi che si abbassano imbarazzati. Si, Cyborg She è il film più mangoso/animoso dell’autore koreano, e le prime sensazioni richiamano in mente certi lavori di Masakazu Katsura, in primis il capolavoro Video Girl Ai, ma anche Dna2, senza contare le varie citazioni dalla bibbia Neon Genesis Evangelion, che se alla prima occhiata possono apparire semplici gratuità per fare i cool, nascondono invece una più sottile (e suggestiva) comunanza (la figura della Robot Haruka Ayase modellata su Rei Ayanami, e chi ha seguito la saga di Hideaki Anno qui ha già capito tutto).

Data l’occasione, l’autore trattiene pure la sua predisposizione alla commedia, concentrando gran parte delle gag in una breve parte centrale montata come un videoclip, che sfocia nel pieno del suo delirio nella scena della discoteca, con la nostra Cyborg sfidata a ballare con le mosse robot. Per il resto, l’occhio di Kwak è concentrato sul rapporto sentimentale fra i due protagonisti, sul loro affetto impossibile, sul loro litigare e ri-appacificarsi, sulla conversione verso l’umanità, il provare emozioni, Amore. Commovente ed evocativa al massimo grado la scena del salvataggio fra le macerie, con quell’immagine disturbante già vista e rivista in tanti prodotti d’animazione, ma forse mai prima d’ora in un film in carne ed ossa: paradossale e persino macabro (e per questo così magnificamente potente) vedere quanto la Cyborg protagonista mostri il suo amore umano proprio nel momento in cui è palesato il suo essere oggetto elettronico, inanimato, robot composta di fili e fatta a pezzi. E’ la scena più bella del film perché totale, non c’è più l’illusione delle sue sembianze umane: lei è una robot, ha il corpo tagliato in due, è figura meccanica, latta, ma il miracolo tanto atteso è arrivato, giacchè lei, androide senza cuore, ha imparato ad amare. Siamo sulla vetta, sulla punta massima della lisergia, e probabilmente il film doveva finire esattamente qui, in quanto oltre non ci può più essere niente. Ma ormai sappiamo anche bene che il difetto principale dei lavori di Kwak sta proprio nel suo modo di gestire i finali: sia My Sassy Girl che Windstruck e The Classic difettano di quei 20 minuti di troppo, in cui l’autore cerca forzatamente di cucire le varie tracce che ha aperto per unirle in un finale possibilmente very happy. Commette lo stesso sbaglio anche in Cyborg She, e allora cominciano a partire i flash back, le varie spiegazioni scolastiche sul chi, come e perché, che se da un lato trattano lo spettatore come un cagnolino da rimboccare come fosse un po’ deficiente, dall’altro forzano inevitabilmente la narrazione con sotterfugi che potranno anche essere verosimili, ma che poi si rivelano nient’altro che consolatori. Kwak Jae-young concepirà il film definitivo solamente quando capirà che l’audience ha un cervello autonomo, quando saprà girare un finale dai tempi giusti, senza arrampicarsi sugli specchi con inutili dilatazioni per cercare di spiegare/risolvere tutto a/e tutti. Il bello del Cinema, della forza audio-visiva / artistica, sta esattamente nel suo non essere mai colto totalmente, ma sospeso in una dimensione dove riflessione e trip si abbracciano, continuando a far rivivere le immagini altrove fuori dallo schermo (nella propria mente, nel proprio cuore, nella propria ispirazione). Invece, ancora una volta, Kwak Jae-young ha voluto sopprimerci all’ultimo, e per quanto Cyborg She rimanga un passo bello ed importante nella sua filmografia, è un peccato che non sia riuscito a liberarsi dallo stesso errore di sempre.

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