Danger Has Two Faces

Voto dell'autore: 4/5
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Danger As Two FacesUn film importante questo, poco noto ma che, visto oggi, assume un ruolo decisivo, ossia quello di tassello centrale di passaggio tra due fasi. Diretto da Alex Cheung, già regista dei due fondamentali Cops & Robbers (1979) e Man on the Brink (1981), chiude una fase del pre-new wave anche caratterizzato dai suoi due film precedenti, e anticipa al contempo di un paio di anni sia la nuova strada del noir balistico del John Woo di A Better Tomorrow e sia cromaticamente (nella scelta incisiva di luci partecipi e extradiegetiche) ed esteticamente, alcuni elementi dei futuri noir crepuscolari di Johnnie To. Fin dai bellissimi titoli di testa il film riesce a coinvolgere; in uno spazio buio e fumoso, tagliato da lame di luce nette, di fronte agli occhi complici di un gatto sornione, un killer prepara i suoi ferri del mestiere. E la successiva prima scena mette subito le carte in tavola. Il killer uccide il suo obiettivo e le sue guardie del corpo, ma il tutto con uno stile decisamente ricercato oltre che sanguinolento al di là di ogni aspettativa.

Nel mettere in scena un soggetto nemmeno troppo complesso il regista adotta uno stile discontinuo ma vivamente interessante. La regia spesso è passiva alla storia, mentre in alcune sequenze tende al coinvolgimento forzato e virtuosistico tramite l’utilizzo spinto al parossismo dell’ottica grandangolare, ad inquadrature simboliche o fortemente suggestive e spesso lasciandosi andare a dei carrelli sinuosi e fascianti davvero stupefacenti mantenendo però sempre una consapevolezza e un’ invidiabile competenza nella gestione degli spazi, della composizione del quadro e dei vari livelli di profondità spaziale. Il film è in questo senso del tutto coerente con sè stesso. Tanto è composto di contrasti a livello linguistico tanto lo è a livello narrativo; infatti la seconda componente caratterizzante del film è un profondo e accentuato senso del grottesco spesso portato alla comicità pura, uno di quei classici contrasti tutti hongkonghesi capaci di lasciare stupefatto uno spettatore occidentale. Durante l’assalto ad un furgone portavalori lo spettatore è portato a vivere le vicende dei poliziotti che maldestramente cercano di sfuggire ai rapinatori, in una sorta di mini episodio alla Looney Tunes. Una volta fallito il tutto sommato divertente tentativo di fuga non resta loro che lasciarsi abbattere a colpi di arma da fuoco dai malviventi in una sequenza estremamente violenta. E non si tratta di un caso sporadico, tutto il film si snoda in questo modo.

Il film porta avanti il classico divario tra poliziotti violenti e corrotti e poliziotti violenti e corrotti. Leung Kar Yan (Last Blood, 1991) interpreta un ex poliziotto uscito di servizio dopo aver ucciso accidentalmente un innocente e trasformatisi in killer part time con figlio a carico. Paul Chu Kong (The Killer, 1989) è il capo della polizia dalla doppia vita come la buona metà dei poliziotti presenti nel film. Bei Chung è un poliziotto (e migliore amico di Leung Kar Yan) che torna dall’Inghilterra per lavorare ad Hong Kong. Negli affari si inserisce una gang di rapinatori mainlander, qualche gruzzolo e degli imprevisti, giusto gli elementi che servono a fare emergere il doppiogioco, il codice d’onore, l’amicizia, il rispetto e la violenza. Il furioso lungo finale balistico ha una potenza visiva decisamente inedita per quegli anni, tra sparatorie, scontri in moto, subacquei armati di fucili ad arpione, violenza grafica estrema e coreografie nette e devastanti, anticipando John Woo e ricordando un pò Lone Wolf & Cub (il killer con il bambino in spalla). Visto oggi un film quasi imperdibile, sicuramente un noir violento e altamente piacevole.

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