Dead or Alive

Voto dell'autore: 4/5
Voto degli utenti InguardabileSufficienteConsigliatoOttimoImperdibile [4,82/5: 11 voti]

DeadoraliveDead or Alive è uno dei film cruciali della carriera di Miike Takashi. Fa parte di quel pugno di film girati all’inizio degli anni duemila come Audition e Ichi the Killer che lo hanno fatto conoscere al pubblico occidentale (o almeno ad una vasta cerchia di cinefili) e che gli hanno fatto guadagnare la nomea di regista estremo, violento e visionario, ma soprattutto Dead Or Alive si pone come un ideale ponte tra i precedenti yakuza movie di Miike, in particolare la Black Society Trilogy (composta da Shinjuku Triad Society, Rainy Dog e Ley Lines), e i successivi eccessi di Ichi the Killer. Dai primi eredita i personaggi senza patria e senza identità, del secondo anticipa la violenza e le audaci invenzioni registiche. Dead or Alive è un film violento, non solo per ciò che mette in scena ma anche per come aggredisce lo spettatore sin dai primi minuti.

La sequenza iniziale (che meriterebbe una recensione a parte) getta subito lo spettatore tra le strade di Shinjuku in una serata qualsiasi. In sette minuti dal montaggio serratissimo, accompagnati dall’assordante score di Koji Endo, ci viene dato un piccolo assaggio dell’inferno che seguirà: in tre sequenze narrative magistralmente intrecciate assistiamo all’omicidio di altrettanti trafficanti di droga cinesi, il primo viene sgozzato in un bagno pubblico mentre è intento a sodomizzare un altro uomo, il secondo finisce crivellato dai colpi mentre sta cenando in un ristorante mentre il terzo, stordito sul sedile posteriore di un auto in mezzo al traffico dopo aver sniffato una pista di coca di diversi metri, trova la morte per mano di Ryuchi (Riki Takeuchi) che lo giustizia a colpi di shotgun nella scena in cui culmina la sequenza. Tra un omicidio e l’altro facciamo anche conoscenza di Jojima, un ispettore della polizia e Aoki, un boss della yakuza. La sequenza si conclude con i tre sicari che si ritrovano nel retro dello strip club che la gang della quale Ryuchi è a capo usa come base. Miike in pochissimi minuti mette tutte le carte in tavola, presenta tutti i personaggi chiave e delinea la struttura generale del film che si dipana appunto in due storie parallele destinate a convergere. Da una parte seguiamo Jojima, diviso tra le indagini sui tre omicidi e le tensioni che lo aspettano a casa, con una figlia malata e piena di risentimento nei suoi confronti ed una moglie trascurata che probabilmente lo tradisce. Dall’altra c’è Ryuchi e la sua gang a cui si aggiunge presto il fratello minore Toji appena tornato in Giappone dopo alcuni anni passati a studiare in America. Nonostante l’apparente cameratismo la gang di Ryuchi non è meno lacerata della famiglia di Jojima: dopo un colpo ad un furgone portavalori Ryuchi deve affrontare il tradimento di uno dei membri e ancor più grave, lo shock di Toji nello scoprire che il proprio fratello si è dato alla criminalità, uno stile di vita da cui il giovane vuole emanciparsi tanto che abbandonerà Ryuchi nel momento del bisogno.

I due protagonisti sono agli antipodi per il loro ruolo sociale, Jojima poliziotto e giapponese, Ryuchi gangster e nippo-cinese, ma allo stesso tempo si trovano a far fronte a problemi e drammi simili: sono reietti all’interno dei rispettivi ambienti, Jojima è un poliziotto onesto e devoto alla giustizia in un dipartimento in cui tutti, a partire dal commissario che passa le ore sul tetto ad intagliare flauti di legno, sembrano più interessati a mantenere l’equilibrio e lo status quo del sottobosco criminale; Ryuchi è un cane sciolto assetato di riscatto, uno zanryū koji, né abbastanza giapponese per la Yakuza, né abbastanza cinese per la Triade. Ma a queste affinità non corrisponde alcun tipo di solidarietà, i loro ruoli “istituzionali” hanno la meglio. Le storie di Jojima e Ryuchi proseguono parallele, sfiorandosi appena due volte, la prima quando, a metà film, si incontrano per strada l’uno all’insaputa dell’altro e la seconda nella scena dell’interrogatorio, dopo la quale sembra che le loro strade tornino a dividersi, anche se il destino le farà intersecare di nuovo, questa volta in maniera tragica e sanguinosa.
Infatti se l’intreccio può apparire a prima vista rarefatto e lineare, ad un esame più attento si rimane colpiti da come Miike lavori di parallelismi, da come gli snodi narrativi delle vicende personali dei due protagonisti si possano sovrapporre: un esempio è l’omicidio della fidanzata di Ryuchi, la spogliarellista Mariko, drogata, stuprata e infine affogata nei suoi stessi escrementi dal boss Aoki, episodio che porta Ryuchi a dichiarare guerra aperta a Triade e Yakuza. Contemporaneamente il peggioramento delle condizioni di salute della figlia spinge Jojima a ricattare Aoki per ottenere i soldi necessari all’intervento per salvarle la vita. La perdita o il rischio di perdere le proprie figure femminili di riferimento mette in moto una serie di eventi che porta entrambi a confrontarsi (e a scontrarsi) con il grande crimine organizzato. una decisione che li porterà a perdere i propri cari e a portare il loro scontro da un piano “professionale” ad uno più personale (e per questo ancor più brutale).
In Dead or Alive Miike stravolge tutti i luoghi comuni del poliziesco, spiazzando lo spettatore privandolo dei punti di riferimento del genere e sostituendovi le sue improvvise esplosioni di estro visivo, di trovate bizzarre e violenza, e l’ormai leggendario finale porta quest’approccio alle estreme conseguenze. Il duello in aperta campagna tra Jojima e Ryuchi è un escalation verso il reame dell’inverosimile, con corpi che sopravvivono a decine di proiettili e granate, bracci staccati senza troppi problemi ed infine Jojima che estrae dal nulla un bazooka mentre Ryuchi crea tra le sue mani un globo di energia, uno scontro che culmina in una gigantesca esplosione che inghiotte i due uomini e tutto il pianeta terra. Una sequenza che è riduttivo definire spiazzante, ma che come la sequenza d’apertura sintetizza la struttura del film, questa sintetizza tematiche e intreccio, ovvero due uomini che perdono tutto e a cui non resta altro che la mutua distruzione.
Dead or Alive è un film genuinamente violento, ma di quella violenza liberatoria, che scuote lo spettatore, lo sveglia e infine lo fa riappacificare con il cinema.

CONDIVIDI: