Deaf Sam-ryong

Voto dell'autore: 4/5
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Deaf_Sam-ryongAdattamento di un racconto di Nah Do-hyang, Deaf Sam-ryong ha ricevuto un consenso unanime di critica e pubblico. Tutto meritato. Stavolta l’introduzione viene “narrata” attraverso due mani (a chi conosce il linguaggio dei segni il compito di tradurcela), e veniamo catapultati senza mezze misure in un passato torbido e salmastro fatto di scherzi pesanti a handicappati, violenze sulle donne, bambini abbandonati, tresche extramatrimoniali, bische clandestine e meschinità assortite. Il muto Sam-ryong è il servo di un ricco signore, il cui figlio, Sam-shik, è un personaggio inesorabilmente negativo: viziato, maleducato, prepotente, volgare, violento, un vero bastardo i cui rancori e odii sono parzialmente giustificati dalle nozze combinate impostegli.
Quando la vera violenza esplode in tutta la sua crudezza grafica colpisce davvero basso e pare di vedere un Bad Guy o un Mr Vendetta tanto lo scontro è dipinto con cristallina freddezza.
Un’altra decisiva influenza sul cinema futuro nazionale è sicuramente la scena onirica, che richiama da vicino quelle di Oasis (Lee Chang-dong, 1998). Ma in generale è tutto un particolare modo di narrare e di sentire le emozioni ad avere avuto un nutrito numero di seguaci nel cinema di là da venire.
Il fantasma della verità, nebulosa e mai pienamente raggiungibile, è il tema dominante del film. L’incomprensione regna incontrastata, entra indissolubilmente nella vita di ognuno, assume in qualche sequenza un ruolo preponderante, ma aleggia costantemente in ogni centimetro di pellicola, impersonificata dal sordomuto Sam-ryong. Egli suscita nello spettatore la più sincera e totale empatia, riunendo in un solo personaggio molteplici sentimenti: l’amore innocente e non corrisposto, la fiducia incondizionata e la lealtà verso il padrone, l’estremo grido silenzioso di un’umanità calpestata e negata.
Altro cenno va fatto a proposito del programmatico smontare e decostruire l’imposizione dei valori tradizionali-confuciani nell’educazione, che ne mette in luce la crisi e l’inadeguatezza nei tempi moderni tra le nuove generazioni. Il rancore e la furia distruttiva di Kwang-shik scaturiscono dall’impossibilità di sposare la donna che ama (una domestica) e dal confronto impari con una moglie virtuosa e colta, verso la quale si sente inadeguato. Certo la sua figura non può essere riscatta così facilmente, soprattutto per quanto riguarda il trattamento da lui riservato a genitori, servi e donne (la moglie è sua in quanto il padre l’ha “comprata”). Shin affronta a viso aperto la questione della divisione in classi schierandosi nettamente e trasversalmente dalla parte degli oppressi di qualsiasi estrazione sociale. Sam-ryong è tenero e desolante nella sua totale devozione e la povera moglie di Kwang-shik affermerà “Anch’io sono una persona”.
Anche dal punto di vista tecnico il film può considerarsi fra i più riusciti del regista. Pur essendo in bianco e nero, l’ottima gestione delle luci fa risaltare le forme, esalta gli spessori e rafforza una visione solida e plastica di un mondo tangibile, rozzo, cupo eppure graziato da momenti di poesia pura, dove anche chi non può comunicare riesce a parlare col cuore.

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