Death Trance

Voto dell'autore: 2/5
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Death TranceAlle Spalle di Death Trance c’è una storia produttiva assai consueta per il cinema action, tanto in occidente quanto in oriente. Un film ottiene un discreto successo, nello specifico Versus di Ryuhei Kitamura, ed alcuni membri dello staff pensano bene di provare a sfruttarne l’onda lunga. Yuji Shimomura, action director di Versus ma anche attivo nella saga videoludica di Devil May Cry, si pone in cabina di regia per la prima volta e chiama a sé Tak Sakaguchi, l’indimenticato Prisoner KSC2-303 di Versus, qui però in veste di antagonista di Kentaro Seagal, figlio di Steven Seagal, modello assai noto in Giappone e al suo esordio cinematografico. Non dissimile tra i due film è l’ambientazione, sebbene in Death Trance si punti forte sulla creazione di un mondo fantasy sospeso tra medioevo giapponese e toni post apocalittici, mutuati esteticamente tanto dallo steampunk di Ken Il Guerriero che da quello di Mad Max, il tutto infarcito di armi e situazioni che rimandano fortemente al design di videogiochi come Soul Calibur e lo stesso Devil May Cray.

Grave, guerriero invincibile e spietato ruba ai monaci del Sacro tempio di Tougan una bara leggendaria, contenente le spoglie della Dea Della Distruzione, si narra che chiunque la apra possa rievocare la Dea, sprigionando un potere distruttivo inarrestabile o quasi. I monaci del tempio infatti inviano uno di loro in possesso di una spada potentissima, in grado, se ben destreggiata, di fronteggiare persino la Dea. Solo però un guerriero all’altezza potrà padroneggiarla.

Purtroppo l’assunto iniziale non viene minimamente elaborato e a conti fatti il film si traduce in un banale susseguirsi di combattimenti, nulla però che sappia strappare stupore e applausi o semplicemente intrattenere. Fa anzi storcere non poco il naso l’eccesso di commistione di stili presente nei suddetti che facilmente sfocia dal grottesco al ridicolo. Si alternano lotte con mostri di varia natura, dei e guerrieri di ogni risma senza però che vi sia originalità ed identità, ottemperando ad un compitino action ben calibrato, di sicuro effetto e presa su di un target non solo orientale, il film infatti è coprodotto dalla statunitense Tokyo Shock. Commistione eccessiva rintracciabile anche nel Charachter design generale, capace di saltare dai mondi videoludici e post apocalittici già citati ad atmosfere di fumetti quali Berserk e citazioni dal Django di Sergio Corbucci. Una commistione in definitva che si risolve in un calderone informe, in grado solo di strappare qualche occasionale sorriso e un certo interesse per l’indubbia cura rivolta alla creazione di costumi e scenografie, sì derivativi, ma ottimamente realizzati.

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