Deathfix: Die and let Live

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DeathfixUn giovane giornalista freelance riceve un incarico strampalato e allo stesso tempo minaccioso: trovare il misterioso Deathfix, una sostanza secreta da un insetto, capace di portare una persona nell’aldilà per poi farla ritornare in modo da raccontare ciò che ha visto. È così che comincia l’avventura di Na, impersonato da Yusuke Iseya (Kyashan – La Rinascita, Sukiyaki Western Django, Arch Angels) pronto a tutto pur di pubblicare il suo articolo sul Kuroi Hon (Libro Nero) la rivista che gli ha commissionato il lavoro. Non affronterà però da solo questo percorso, bensì con l’aiuto di Endo, un Suzuki Matsuo (Koi no Mon, Yaji & Kita: Midnight Pilgrims, Ichi the Killer, Cutie Honey) negli improbabili panni di hippy tossicomane, alla continua ricerca dello sballo e perennemente inserito in un suo mondo allucinatorio.

È proprio grazie ad Endo, e alle sue conoscenze, che il viaggio prende il via, tra la ricerca di un fotografo scomparso che potrebbe conoscere la verità sul Deathfix e strambi personaggi che finiscono per unirsi al viaggio, come la ex mistress autolesionista Sayoko, impersonata da una fantastica Rinko Kikuchi (Babel, Funky Forest). Sarà però un inquietante mezzo uomo di un grottesco circo, quello che li guiderà sulla strada giusta: un’isola abitata da senzatetto, su cui risiede un santone che dovrebbe possedere la verità sul Deathfix.

Già solo leggendo la trama, si può ben comprendere a quale assurdità ci si trova di fronte quando si vede questo film. Però non bisogna attendersi un progetto assurdo e sconclusionato, come spesso finiscono per essere certe pellicole giocate sugli stati alterati di coscienza, bensì un viaggio allucinato e a tratti tetro, ai confini della società; bordelli, yakuza, senzatetto, santoni millantatori, circhi di freaks e molto altro, sono infatti il mondo attraverso cui Na e Endo si trovano a vagare. La ricerca del viaggio oltre la morte parte, infatti, dallo stesso viaggio terreno che i due affrontano su una stilosa decappottabile rossa. Non è un canonico droga movie (nonostante Endo per tutta la durata del film assuma stupefacenti di disparata fattura), ma un vero e proprio delirio quasi onirico in cui le situazioni si susseguono a volte senza un nesso logico, ma portando sempre di più verso il Deathfix, come fosse una porta per l’inferno. Il film ha probabilmente una sola pecca, la durata; la fine, infatti, stenta un po’ ad arrivare. Nonostante il ritmo ossessivo, certe parti più riflessive causano uno stacco netto che può infastidire durante la visione. Per il resto, dall’immagine alla musica, dai costumi alla recitazione, è una vera e propria carrellata psichedelica che non stanca mai. Ottimi innanzitutto gli attori, in particolar modo il grande Suzuki Matsuo che come sempre porta i suoi personaggi a livelli altissimi. Il frichettone Endo è una continua sorpresa dal look improponibile e anche quando agisce in secondo piano riesce a mettere in scena divertenti sketch. Memorabile, soprattutto, una sequenza in apertura dove vomita il pasto sul cofano della macchina parcheggiata sotto il sole e ne tira fuori un okonomiyaki, le frittelle di verdure giapponesi. Grande parte anche per Rinko Kikuchi che se forse rimarrà impressa ai più per la partecipazione in Babel, qui compare come una sorta di spalla comica, spesso taciturna assolutamente necessaria per completare i due protagonisti. Deathfix è un film da vedere con la massima leggerezza e solo se si ha veramente voglia di divertirsi. Infatti cercare di trovarvi sensi profondi o nascoste verità, è un approccio sbagliato. Deathfix è guardare il mondo con uno sguardo stralunato e rendersi conto che probabilmente nessuno di noi è normale come vorrebbe far credere.

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