Decapitation of an Evil Woman

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Decapitation of an Evil WomanLa Toei ha spesso capitalizzato in maniera intelligente, osservando il comportamento delle altre case produttrici giapponesi, spesso raccogliendo gli esuli da precedenti esperienze e aumentando di buon misura i valori di produzione. Quando nel 1977 esce questo film la Nikkatsu era praticamente dedita a fare erotici per la sua linea Roman Porno. E proprio in quel sottogenere aveva esordito la bella protagonista Azuma Terumi, in un film importante come Wife to Be Sacrificed e in cui era comprimaria della leggenda Tani Naomi. Decapitation of an Evil Woman vorrebbe anche per questo presentarsi come prodotto di pura exploitation, ma lo fa purtroppo con diverse riserve, nonostante la violenta arte del poster che mostra la protagonista discinta sfoggiare persino un tatuaggio di un enorme ragno nero su una coscia. Dovrebbe essere un tentativo di richiamare nella mente del pubblico quello delle protagoniste dei vari adattamenti di un noto e influente racconto sulla crudeltà femminile di Taniguchi: Irezumi. In realtà la Azuma non possiede questo tatuaggio e sebbene il personaggio interpretato, ispirato ad una donna realmente esistita, potrebbe rappresentare benissimo una declinazione nel reale della protagonista del libro, questo film si muove su traiettorie del tutto inattese.

La regia fu affidata a Yuji Makiguchi, non molto noto ad occidente, ma con il quale la Toei Kyoto voleva probabilmente rinnovare generi e stili fruttuosi, che il buon Ishii Teruo aveva praticato proprio negli stessi studi quasi un decennio prima. Suo è infatti il notorio, efferato, Shogun’s Sadism, per anni spacciato come sequel de I Piaceri della Tortura o Inferno of Torture, se non proprio come opera stessa del maestro sotto pseudonimo. Già dando una scorsa agli altri titoli diretti da Makiguchi come The Most Perverted Post War Crimes (戦後猟奇犯罪史) e Nuns That Bite (女獄門帖 引き裂かれた尼僧) sembra chiaro l’intento di voler richiamare sempre la filmografia dell’altro; da una parte gli omnibus a base di crimini reali come Love and Crime, dall’altra i film con suore ninfomani e spietate come quelle interpretate da Kagawa Yukie e Obana Miki in un episodio del già citato I Piaceri della Tortura.

Oltre questi prodotti di pura exploitation la cifra stilistica di Makiguchi includeva anche la commedia crassa, che era ad esempio inserita in maniera becera nel secondo episodio di Shogun’s Sadism, nonché i film con starlette cattive protagoniste come il dittico dei Virgin Breaker Yuki. Ricade in entrambe le categorie questo Decapitation of an Evil Woman, che in un altro corto circuito con Ishii, si reinventa il personaggio di Takahashi Oden, la cui storia veniva  raccontata nell’ultimo episodio di Love and Crime. In quel breve frammento Yumi Teruko veniva decapitata dal maestro della danza Butoh Hijikata Tatsumi, così come la vera criminale mitizzata dall’opinione pubblica giapponese.

In realtà Ishii non fu certo il primo a raccontare questa donna che passò alla storia come l’ultima condannata alla decapitazione nell’epoca Meiji, nonché sottoposta ad una brutale autopsia per dimostrare l’improbabile tesi che nei suoi organi genitali si nascondesse la natura della sua malvagità. Anche Nobuo Nakagawa molti anni prima fu affascinato da questa figura femminile e diresse La Malvagia Takahashi Oden, come fu rititolato per la mostra del cinema di Venezia del 2005 dove passò nella retrospettiva Storia Segreta del Cinema Asiatico. Makiguchi purtroppo, negli appena 62 minuti di film, spinge invece troppo nella direzione della fascinazione per questo personaggio al di fuori degli schemi. Diventa una sorta di Calamity Jane o Bonnie Elizabeth Parker che, assieme a due compari criminali e una suora ninfomane e ubriacona, effettua rapine, finché le cose incominciano a tingersi di rosso sangue verso l’inevitabile finale da cui il titolo anglofono.

La forma è quella dei gangster movie comici o dei nostri spaghetti western più folli, ma senza quei guizzi che il cinema occidentale riusciva a infondere in generi moribondi grazie a elementi comici. Il tentativo giapponese è abbastanza malriuscito e i segmenti di storia sono incollati tra loro in malo modo. Makiguchi non è questo fulmine di guerra, ma solo l’ennesimo mestierante Toei che in anni più fortunati sarebbe stato lì a girare qualche film con Miki Sugimoto o Reiko Ike, mentre si dovette accontentare di rincorrere gli eccessi di altre case come la Nikkatsu, non avendo però licenza come i registi dell’altra casa di produzione di eccedere col sesso. A conferma di ciò si spoglia ben poco la Azuma, se il confronto viene fatto con i suoi precedenti film, continuando la tendenza che vedeva le starlette lanciate dai Roman Porno accomodarsi in ruoli più tranquilli presso altri produttori dai budget più consistenti. Sembrano davvero gli anni della disperazione per la potente casa di produzione, anche se poi riusciva comunque a batter cassa con tanti suoi film più delle dirette concorrenti. Certo è che il cinema stava mutando radicalmente e si avviava a prendere forme ancora più difficili a cui aderire per la vecchia industria cinematografica locale. Ma questa è un’altra storia di cui Makiguchi non fece parte, visto che, se si esclude un film destinato al video del 1996, firmò la sua ultima regia cinematografica ben prima di entrare in quei fatidici anni 80.

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