Desert Moon

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Desert MoonNagai è un imprenditore di successo, uomo dell’anno, educato per dedicare tutto il suo tempo al lavoro anche a discapito della famiglia. La sua famiglia, la giovane e bella moglie Akira ed una figlia piccola, vive in una casa perfetta, dove però manca il capofamiglia, sempre nel suo ufficio o in giro per il Giappone per riunioni o in vari studi televisivi.
È così che Akira finisce nel baratro dell’alcolismo, finché decide di andarsene di casa e vivere in una stanza d’albergo. A questo punto inizia la storia di Desert Moon, nel momento in cui un uomo, accecato dal successo, si rende conto di quanto sia importante la famiglia e che il suo unico desiderio sia riuscire a unificarla di nuovo.

Come un visitatore Q miikiano (fa pensare molto la contemporaneità delle due pellicole…) Keechie, un giovane sbandato che vive affittando il suo corpo, entra contemporaneamente in comunicazione con Nagai e Akira, diventando una sorta di intermediario di cui non si capiscono i veri scopi.
È solo grazie a lui che Nagai scopre la vera situazione in cui si trova la moglie, un alcolismo che la porta quasi alla demenza, e come la figlia, silenziosa spettatrice di tutto ciò, continui la sua vita senza ben sapere come e perché. Tuttavia il rapporto di Keechie con la famiglia man mano diventa sempre più morboso, riversando i suoi istinti patricidi sull’imprenditore e il desiderio sessuale – ma allo stesso tempo desiderio di sicurezza familiare – su Akira, ormai in fuga dalla città per ritornare nelle campagne dove era nata.
Tutti questi rapporti, quasi costantemente sul filo della mania e della distruzione psicologica, vengono vissuti nel breve arco di tempo che comprende questa terribile crisi familiare.

Desert Moon non è un brutto film, perché la trama e l’ottima fotografia lo rendono un film piacevole sia narrativamente che visivamente. Tuttavia la sceneggiatura è insopportabile, troppo lento per ciò che vuole narrare e a volte poco chiaro a causa di momenti di ellissi di difficile comprensione.
Gli attori sono tutti molto bravi, soprattutto Shuji Kashiwabara (che ultimamente si vede spesso in molte pellicole nipponiche) nella parte di Keechie, che riesce ad essere molto credibile in un ruolo non facile di una persona che vive solo dei propri istinti, apparentemente deciso, ma in realtà scavato da una sofferenza ed odio terribili.

Nel vedere il film non si può fare a meno di fare il confronto conVisitor Q, la storia di una persona che entra nella vita di una famiglia per salvarla o distruggerla. Effettivamente, finita la visione, la prima cosa che ci è venuta in mente è stato “un film alla Miike, ma non girato da Miike”. Ma i due film, nonostante possano ricordarsi vicendevolmente, sono molto differenti soprattutto nel personaggio estraneo alla famiglia: quanto in Miike, il visitatore è un giovane senza passato, presente o futuro, simile ad un’apparizione momentanea, tanto Keechie è il personaggio più complesso del film, specchio dei drammi giovanili della società moderna che cerca di risolvere la sua situazione utilizzando altri sofferenti per i suoi fini. Al limite tra puro opportunismo o forse profondi sentimenti, è lui il cardine della storia, nonché aggiuntivo elemento destabilizzante.

Il film risulta incredibilmente lungo nella visione e al limite della sopportazione in alcuni punti; tuttavia salvandosi grazie ad una buona regia e fotografia, può risultare una piacevole visione.

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