Design of Death

Voto dell'autore: 4/5
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Design of Death recensioneIl successo di Cow deve aver fatto scattare le giuste molle nella testa di Guan Hu. Proprio dal suo grande ritorno al cinema del 2009 sembra ripartire questa sua nuova fatica. Design of Death è ancora una tanto potente quanto amara riflessione sulla vita e sull’amore. Tratto da un libro di Chen Tiejun, Design of Death è la storia di un villaggio della Cina meridionale, noto come “il villaggio della lunga vita”, e dell’orribile cospirazione messa in piedi da tutti gli abitanti per liberarsi di Niu.

Niu, interpretato dall’enorme Huang Bo, è il guastafeste per definizione. Arrogante, sprezzante, irriverente, Niu non ha rispetto per nessuno e spadroneggia per le strade creando scompiglio in ogni dove. Odiato da tutti, ormai abituato agli insulti e alle botte che gli vengono rifilate, Niu non dà pace ai suoi compaesani, portandoli sempre più vicini all’esasperazione. È per questo che i capi del villaggio tramano alle sue spalle. La legge del villaggio non consente che Niu venga ucciso, per cui per liberarsi di questo elemento altamente sovversivo, i capi si affidano ad un medico (Alec Su) che prepara un piano diabolico per sbarazzarsi definitivamente di Niu.

A questo giro il talentuoso regista cinese può appoggiarsi su un budget più sostanzioso rispetto al passato, e si vede. Alcuni effetti in computer graphica aumentano quell’atmosfera magica, surreale che gli è tanto cara. L’intervento quasi provvidenziale della Natura – o del Destino? – in alcuni fondamentali momenti è coadiuvato da effetti speciali magari non perfetti, ma certamente funzionali. In generale regia e montaggio beneficiano di una libertà e di una sicurezza notevoli, più sostanziali anche di quanto visto in Cow. Le macchine da prese si muovono dentro e fuori le case con una facilità impressionante, spostandosi con carrellate e zoom lunghi, decisi. Il montaggio è spesso frenetico, rapidissimo, rende le scene d’azione piuttosto concitate calcando la mano su primi piani dei volti. Come le fughe a piedi di Niu dai suoi inseguitori, incentrate quasi esclusivamente sul suo viso piuttosto che sulla dinamica della sequenza. Il ritmo è mantenuto sostenuto anche nei dialoghi, veloci e sempre ricchi della tensione necessaria a non perdere di vista i colpi di scena. Come in Cow, Guan Hu se ne infischia della consequenzialità degli eventi. Preferisce invece tornare e ritornare sui momenti decisivi degli ultimi giorni di vita di Niu. In questo modo svela piano piano tutti gli indizi necessari a Yi Sheng (Simon Yam), il medico inviato sul posto per indagare su una presunta malattia che decima il villaggio, e allo spettatore per fare luce sulle complicazioni della trama.
Guan Hu per più di tre quarti della pellicola si destreggia fra il comico, il volgare e il giallo. Quando Niu si lascia andare alle sue scorribande sembra di vedere un antenato di Bart Simpson all’opera. Non è mai chiaro il movente delle sue azioni, tolto il puro divertimento. Eppure, ogni scherzo e provocazione sembrano fatti apposta per destabilizzare le logiche costrittive del villaggio. La sua è una piccola rivoluzione contro il conformismo. Da questo punto di vista è facile leggere una critica diretta alla Cina contemporanea. Il giallo piano piano si rivela, ma proprio quando ormai si hanno in mano le conclusioni Guan Hu cambia repentinamente umore. Niu si scopre essere solo un buffo, sciocco giullare. Un uomo piccolo e misero disposto a tutto, perfino a morire per salvare la compagna e il bimbo che si porta in grembo. Quel perdono sincero che Niu chiede vagando per le strade, nel silenzio duro che lo circonda mentre trascina con una corda quella che sarà la sua tomba è micidiale. Huang Bo tira fuori un lato drammatico imponente. Qualcosa di simile gli riusciva già in Cow, ma qui è anche più sorprendente perché subentra improvvisamente. Il pur bravo Simon Yam non riesce a tener testa ad una prova tanto efficace.
Gli ultimi minuti danno modo di riprendere tutti gli avvenimenti e tirare la conclusione. Magia, sentimento e provvidenza si fondono in un tutt’uno che culmina nei meravigliosi titoli di coda, così delicati da spezzare il dramma appena terminato e lasciarci con note di sollievo. Se Cow era stato paragonato a Devils on the Doorstep, già si sprecano i confronti tra Design of Death e Let the Bullets Fly. Non si vuole assolutamente minare la statura di Jiang Wen, ma raffronti del genere servono a poco se non a ridimensionare, inutilmente, il lavoro di Guan Hu. Qui siamo al cospetto di un altro enorme talento cinese. Basta questo, in fondo, per accontentare gli appassionati di cinema.

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