Detective Chinatown

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Detective Chinatown esce a capodanno 2015, ha un budget di tredici milioni di euro e in un attimo ne incassa centosei.

Tant’è che due anni dopo, nel 2018, viene realizzato un sequel, esce durante il capodanno cinese, incassa quattrocentosessanta milioni di euro e diventa il terzo maggiore incasso della storia del cinema cinese.

La commedia è uno dei generi immortali nella Cina contemporanea ed è curioso notare la convivenza di film del genere raffinati come quelli di Stephen Chow e altri prodotti più dozzinali come Lost in Thailand, City of Rock o Never Say Die. E questo Detective Chinatown che è il peggiore del mazzo. Regia sconclusionata, scrittura a caso, comicità di livello bassissimo.

Bocciato alla scuola di polizia, il giovane e serio Qin Feng (Liu Haoran) viene mandato una settimana in Thailandia da suo zio Tang Ren (Wang Baoqiang) autodefinitisi migliore detective della Chinatown di Bangkok. L’uomo in realtà è un povero arrivista disperato che sopravvive di truffe ed estorsioni. L”’idillio” del duo maleassortito si va ad infilare in un caso di omicidio sulla cui risoluzione si sta battendo un altro duo di poliziotti rivali ugualmente maleassortiti. Si rivelerà così che il giovane è un genio dell’indagine e suo zio un uomo mimetico alla strada e capace di tirarsi fuori anche dai problemi più complessi. Grazie a queste doti dovranno riscattarsi dall’accusa di omicidio e furto.

Di base anche narrativamente il film è composto da cose viste mille volte e accozzate malamente tra di loro. Ma ci sono dei distinguo da fare.

Il primo è che su di una sceneggiatura così abborracciata la maggior parte degli elementi buttati lì apparentemente a caso, prima o poi servono o portano a qualcosa come ogni sceneggiatura riuscita dovrebbe fare. Secondo, le libertà comunque enormi di cui gode una commedia popolare del genere che a fronte di risate di pessima fattura avvicenda omicidi, violenza, morte, stupri, pedofilia e omosessualità.

Inoltre ha un certo peso anche la presenza, seppur marginale, di un uomo di spettacolo come Xiao Yang (metà del duo degli Chopsticks Brothers) dotato di carisma e di una voce particolarmente duttile e capace di una vastissima gamma di espressioni fonetiche.

Infine almeno un paio di scene, seppur con una costruzione di basso livello, si ergono sopra la media in quanto ad efficacia; una direttamente ispirata dal cinema (e dalle sparatorie) di Johnnie To, un’altra che mostra la ricerca dei propri ricordi nella mente del protagonista attraverso il suo muoversi fisicamente in una sorta di diorami immobilizzati del passato, alla ricerca di un volto visto precedentemente.

C’è comunque anche la volontà di citare senza soluzione di continuità di tutto, incluso Wong Fei-hung (e la saga di Once Upon a Time in China) con tanto di colonna sonora relativa.

In fin dei conti un film per capire la Cina (e il suo presente) o parte della sua cultura più popolare, un prodotto che possiede un bassissimo livello cinematografico ma capace di parlare, come ha dimostrato il sequel, ad una fascia di pubblico abnorme.

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