Detective Dee: The Four Heavenly Kings

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Mentre i “suoi” personaggi del precedente film Journey to the West: The Demons Strike Back intraprendevano il loro viaggio verso l’India, dall’India si muovevano verso la Cina un gruppo di potenti guerrieri abili nell’uso di allucinogeni, magia e trucchi di illusione per mettere a repentaglio l’impero Tang. Il loro unico ostacolo sembra essere la tenacia del giovane Detective Dee.

Sequel diretto (inizia esattamente dove si interrompeva il precedente film) di Young Detective Dee: Rise of the Sea Dragon e strettamente legato in coda al primo film della saga, ma ultimo nella cronologia narrativa, ovvero Detective Dee and the Mystery of the Phantom Flame, Detective Dee: The Four Heavenly Kings arriva a cinque anni di distanza dal precedente capitolo, anni in cui si è lavorato nel perfezionare concept, storia e produzione e anni in cui il maestro ha diretto la sua collaborazione con Stephen Chow sopra citata e l’ottimo The Taking of Tiger Mountain.

Detective Dee: The Four Heavenly Kings non è sicuramente un punto di arrivo di un percorso intrapreso ormai da sette anni, da Flying Swords of Dragon Gate e da cui resta parzialmente escluso giusto  The Taking of Tiger Mountain. Un percorso in cui, tra regie e produzioni, Tsui ha sviluppato sempre di più principalmente due direzioni, come al solito indirizzate ad evoluzioni tecniche, stilistiche e tecnologiche.

La prima è lo studio razionale e approfondito delle possibilità espressive fornite dal cinema in 3D di cui è probabilmente una delle figure chiave e che più riesce a fornirne una proposta creativa elaborata e coinvolgente e di cui questo Detective Dee: The Four Heavenly Kings rappresenta una prova sconvolgente.

Una visione attenta della versione classica lascia comunque trasparire l’intelligenza e la complessità dell’uso che il maestro fa di questa possibilità espressiva e avere la possibilità di vederlo in 3D e magari in IMAX potrebbe essere un’esperienza illuminante. “Problema” secondario è che il film sembra realizzato e pensato solo ed esclusivamente per una visione in 3D che se da un lato ne accresce il valore, dall’altro lascia a volte basiti, nella visione classica, a causa dei molteplici piani visivi e di “strati” in campo abbastanza netti e votati ad una profondità di sguardo probabilmente inedita.

La seconda è quella ricerca che Tsui auspicava già negli anni ’90, quando si dedicò anche al cinema di animazione perché permetteva libertà inusitate che il cinema live, a causa dei limiti dei corpi degli attori e delle possibilità tecnologiche, non poteva raggiungere. Ora, con il digitale, non ha più limiti alla sua smisurata fantasia e alle possibilità espressive legate ai movimenti di macchina, alle articolazioni dei corpi e al contesto dei décor. Quello che crea è così una sorta di serie animata giapponese live action che si materializza in un liberissimo e dadaista luna park di costumi  straordinari, character design dei personaggi elaborati, scenografie pantagrueliche, movimenti dei corpi innaturali ed effetti antinaturalistici. Certo, lo spessore del suo cinema si è sicuramente assottigliato ma film come questo, attualmente, sono oggetti straordinari, balocchi che hanno ben poco di cinematografico ma che sono un’irraggiungibile spettacolo ludico da luna park, da sala 3D, un’attrazione da parco dei divertimenti. Ovvero quello che in realtà era il cinema delle origini. Il ritorno al livello zero, l’avvenirismo delle tecnologie al servizio di un viaggio nel tempo, un secolo indietro.

Dicevamo di un percorso perché come avvenuto più di una volta in passato, alcuni film diretti o prodotti non erano altro che le prove generali o dei test per ottenere risultati da applicare ad un film “definitivo” (ci viene in mente come Hong Kong Colpo su Colpo non fosse altro che le prove generali tecniche di Time and Tide). Questo film “definitivo” ancora non è arrivato, ma Journey to the West: The Demons Strike Back, Sword Master e The Thousand Faces of Dunjia non sono altro che brandelli di questo ultimo film che si muove però in direzione di un futuro che ancora non ci è dato sapere.

Siamo comunque di fronte ad un film ancora più eccessivo forse di Journey to the West: The Demons Strike Back, seppur con un briciolo di gigantismo in meno, che non è altro che una versione aggiornata e fatta decisamente meglio di The Thousand Faces of Dunjia, caratterizzato com’è da una coralità di guerrieri pittoreschi ognuno armato di congegni complessi. Lo scarto è che mentre in un passato la filosofia dei combattimenti passava attraverso la spada, con tutte le infinite variabili che il termine possa avere, in questo film alle numerose armi pittoresche, assemblabili, semoventi, e complesse se ne affiancano altre più eteree che spingono The Four Heavenly Kings sempre più verso i litorali del fantasy.

Certo, il fulcro del tutto è basato proprio su una spada, la “Dragon Taming Mace” già vista negli altri due film, anche se -e questo è inusuale- non si presenta più la comunione unica e privilegiata tra combattente e spada, coerente con l’intera filmografia del regista, ma sembra che questa possa essere utilizzata a pieno potere da qualunque possessore. Se il primo Detective Dee però era tutto sommato un film “verosimile” e il secondo iniziava ad adottare caratteri più irreali, tra mutanti e creature giganti, in questo terzo capitolo le armi più potenti sembrano essere le “magie” e le allucinazioni. E questa scelta porge quindi un lussuoso vassoio d’argento al regista per lasciarsi andare alle più deliranti visioni carnescialesche e surrealiste votate alla potenza del 3D. Il finale è quasi il Mucchio Selvaggio del 3D.

Esaurita in parte la suggestione evocata da tutta la tradizione cinese, Tsui, di nuovo, va a cogliere elementi visivi di quella indiana come d’altronde già fatto in passato (basti ricordare il recente Journey to the West: The Demons Strike Back o andando più indietro Green Snake). Ma al contempo conserva l’afflato ironico e più di una volta si riesce a respirare una leggera aura della precedente collaborazione con Stephen Chow (e non solo nelle sequenze più ironiche).

Per il resto del film sono comunque conservati molti degli elementi propri del cinema del regista fin dalle origini; trucchi tecnologici che nascondo la potenza di magie e illusioni, personaggi prigionieri e in gabbia da liberare, finanche una nuova figura di combattente femminile forte e iconica interpretata stavolta da Sandra Ma Sichun (che regala quei rari lampi di narrazione più sentita ed emozionale).

Detective Dee: The Four Heavenly Kings conferma Tsui Hark come uno dei più rilevanti metteur en scène dell’azione, uno dei più essenziali elaboratori della grammatica cinematografica e della sua evoluzione, un veterano del 3D e un autore dotato di una creatività fuori misura.

Preso atto di questo, il film di cui parliamo non è qualitativamente lontanamente paragonabile a nessuno dei titoli classici del maestro (mentre The Taking of Tiger Mountain, in parte lo era), ha una sottilissima essenza cinematografica, ma si manifesta come una delle opere di intrattenimento più libere, eccessive e d’autore mai viste. Non cinema, ma un giocattolo, un’invenzione da tendone da luna park. Ma ricca, intelligente e onesta. Probabile (?) tassello di un percorso in evoluzione.

 

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