Devilman

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DevilmanTralasciamo subito tutte le diatribe e le motivazioni da otaku (Miki non ha i capelli a caschetto neri,  Silen non ha le tette giganti e non è nuda, Satana non è ermafrodita e così via) e atteniamoci a quelli che sono i veri motivi per cui Devilman è un fallimento produttivo. D’altronde siamo di fronte ad un adattamento che come tutti gli adattamenti è libero di costruire un prodotto indipendente visto che il cinema, l’animazione e il fumetto sono tre medium assai differenti e tutti dotati di vita e grammatiche proprie. Oltretutto parliamo di un autore, Go Nagai, che ha fatto del riadattamento e della autocitazione/autocontaminazione il segreto del proprio successo generando fumetti e serie tutti praticamente dotati di una struttura comune ma genialmente innovativi e pionieristici. D’altronde Devilman nasce da un Mao Dante abortito e partorisce un Devil Lady, i Mazinga  hanno un parto multiplo che genera un Mazinkaiser e un Mazinsaga che non è altro che un Devilman in chiave robotica, i protagonisti di Devilman scendono da un auto di Violence Jack e le varie eroine discinte si riflettono in serie e forme di volta in volta più o meno edulcorata (ne è un esempio Cutie Honey che dalla perversa serie a fumetti al film live vede totalmente rovesciato il personaggio). E prendendo l’esempio di Devilman si possono notare in modo evidente tutte le sfumature o nette differenze tra serie a fumetti, oav, serie TV e film. E il film non è altro che una nuova versione, proprio come lo è il Cutie Honey di Hideaki Anno con una differenza sostanziale però; Anno è un regista con un discreto senso del proprio lavoro, Hiroyuki Nasu sembra invece un’analfabeta cinematografico. Ci si aspetterebbe quasi da Devilman un film d’esordio ed invece non lo è. Il suo analfabetismo non è tanto relativo alla grammatica filmica quanto all’incapacità registica intesa soprattutto nell’accezione di raccontare la storia, far crescere gli attimi, provocare emozioni, elevare il pathos, suggerire tensione, variare ritmo, tenere solida l’attenzione, coinvolgere. Niente di tutto questo. Il film avanza per momenti, quasi mini episodi messi in successione, e non articolati, diretti, solo spiegati e accelerati al solo fine del mostrare l’evento. Si sono scelti i momenti più suggestivi (momenti, non episodi) del fumetto e si sono impilati l’uno sull’altro. Rimane quasi ingiustificato l’incontro/scontro con Jinmen. Per due colossi del genere ci si sarebbe aspettati un minimo di costruzione del momento, enfasi, tensione; invece i due si incontrano, un breve scambio di battute e Jinmen viene abbattuto con un pugno. Per costruire la storia vengono presi elementi un pò da tutte le versioni precedenti di Devilman, utilizzando finchè è possibile parti del fumetto, quando invece il gioco si fa duro si fugge verso la serie TV, decisamente più edulcorata. Bisogna prendere coscienza della nuova tendenza (che ci ha insegnato il cinema di Hollywood degli ultimi anni); è più accettabile una sequenza ultragore che un candido e innocente nudo anche parziale, la violenza è più legittimata rispetto alla normalità del corpo umano. Vengono quindi rimossi tutti gli elementi perturbanti, i nudi dei demoni, la sessualità ambigua, le violenze sui minori (Jinmen ghermisce un amico di Akira e non una ragazzina) operando un lavoro diametralmente opposto a quello libero e di profonda rottura rivoluzionaria di Go Nagai, maestro che in un pungo di anni forzò i limiti del rappresentabile soprattutto nel campo del sesso e della violenza, con una personalità però nobile e magistrale. Tutto il resto è pura  proposizione di un evento senza un’idea di regia che possa legittimarlo. Orribili i combattimenti tra umani, orribile il fatto che Akira/Devilman ritorni ad essere parzialmente umano appena interrompe lo scontro (solo per risparmiare sugli FX?) e orribile il digitale invasivo fin troppo. Bisogna ammettere però che gli effetti protesici sono molto buoni e spesso lo è anche il 3D, soprattutto quando applicato alle creature, mentre per i fondali è talvolta artificioso, riducendo il film (aggravato dalla regia già esposta) ad un v-cinema dal budget da colossal. Interessanti alcune licenze poetiche che si prende tra cui quella che vede una banda di obesi invasati che cerca di far trasformare in demoni dei poveri esseri umani colpendoli con le proprie pance e i due ragazzini che costruiscono un castello di sabbia/torre di babele (visione cara all’autore). Ottima la sequenza aerea con Silen l’arpia e il finale particolarmente efficace e fedele in cui sembra prendere vita una di quelle pitture di Gustave Dorè tanto care a Go Nagai e che l’hanno ispirato per l’opera. Breve e gratuito cameo di Go Nagai nei panni di un prete.
La storia per chi ancora non la sapesse racconta la vita di Akira Fudo, ragazzo che vive in casa di una sua compagna, Miki, dopo la morte dei propri genitori. Il ragazzo ha un particolare rapporto di amicizia con Ryo che nel film viene rivelato subito essere Satana (e vabbè..), un ragazzo il cui padre è stato trasformato in demone durante degli scavi che hanno riportato alla luce una civiltà primordiale perduta. I demoni, originari padroni della terra, stanno per tornare per riprendersi ciò che è loro, possedendo gli uomini e mettendoli gli uni contro gli altri. Anche Akira viene posseduto e si trasforma in Amon una delle massime autorità dei demoni,  ma riuscirà a mantenere il cuore di umano e si imporrà come missione quella di difendere Miki (nel film la loro storia d’amore rivelata praticamente subito è molto meno platonica rispetto sia al fumetto che al manga). La terra verrà rasa al suolo e si prospetterà l’ultimo scontro tra demoni e devilman per il dominio del mondo futuro.
L’approccio e bisogna rammentarlo di nuovo è opposto al manga che guardava a suggestioni del passato mentre il film riflette una visione moderna, quasi fantascientifica del Giappone. Alla maschera di pietra che raccontava a chi la indossasse la storia dei demoni viene qui sostituito un visore elettronico, così sul finale il popolo invasato attacca la casa dei Makimura di notte armati di torce elettriche mentre molto più suggetivo era il fumetto in cui -come in una caccia alle streghe- la folla attaccava la villa brandendo bastoni con l’estremità avvolta dalle fiamme, terminando l’attacco con un rogo purificatore.
Il regista possiede anche una discreta carriera alle spalle (assistente nei roman porno della Nikkatsu, regista della serie Bebop High School) ma in questo film raggiunge vette di cialtronaggine e di inettitudine degne di un Kitamura [Versus(2000), Godzilla Final Wars(2004)] con la differenza che nonostante entrambi non sappiano narrare per immagini, almeno Kitamura è un virtuoso della tecnica e uno psicotico dell’azione.
Non c’è un attore che si erga sugli altri, non i due protagonisti interpretati dai fratelli Hisato e Yusuke Izaki, con esperienze di TV e musica e membri del gruppo musicale Flame, nè Ayana Sakai, con alle spalle esperienza in Tennen Shojo Mann Next: Yokohama Hyaku-ya hen(1999) di Takashi Miike, Boogiepop & Others(2000) di Ryu Kaneda e Battle Royale II: Requiem(2003) di Kinji e Kenta Fukasaku. Stessa cosa per Asuka Shibuya (Miiko la spruzza acido) giovanissima esordiente tra esperienze radio televisive e Ai Tominaga (Silen l’arpia) che arriva dalla pubblicità. Ridicolo infine il wrestler Bob “The Beast” Sapp, già visto anche in Izo (2004) di Takashi Miike (e nel recente Elektra di Rob Bowman). Tutto questo prova come anche il sapere dirigere un attore è fatto del tutto ignoto per il regista (i conflitti fisici e morali di Akira si palesano con un’espressione di chi ha ricevuto una pedata sul piede e enfatizzati da un urletto timido poco convinto) oltre al fatto di aver puntato tutto l’interesse del film sui dei visini giovani, puliti e alla moda quando il vero Devilman era pieno di buoni, brutti e cattivi. Un fallimento narrativo al ritmo delle musiche di HIRO, che deluderà sia i fans che il pubblico casuale.

Franchise di Devilman tra manga, TV, cinema, giocattoli.

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