Dhoom 2: Back In Action

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Due anni dopo il primo Dhoom, la vigilia di Natale, arriva il sequel segnando già in partenza il record di film distribuito con il maggior numero di copie della storia del cinema indiano. Ne segnerà subito altri tra cui, oltre ad essere il primo film indiano ad essere girato -in parte- a Rio, quello di maggior incasso della storia del cinema locale al momento dell’uscita.
I motivi sono molti, facilmente immaginabili, ma più in profondità sono in parte legati al volere mantenere parte del senso intimo della saga, mutandone però molte delle sue componenti.
Del primo film restano i due protagonisti, la coppia di poliziotti male assortiti a cui mettere in contrapposizione un nuovo avversario (messo in scena ben prima dei due “eroi”) a cui il film lascia più spazio del previsto. Si dice che se è un film ha un buon villain, il film in questione sarà un buon successo. E su questo livello narrativo si è lavorato tenacemente. Certo, A (Hrithik Roshan) ovvero la sigla con cui è noto il più straordinario ladro sulla piazza, non ha una scena madre finale come nel film precedente (o meglio, ce l’avrebbe se poi non intervenisse un doppio finale più conciliante) ma si muove come protagonista assoluto di Dhoom 2. Mentre i due protagonisti non hanno praticamente sviluppo caratteriale, il film si focalizza per la maggior parte della propria metrica sui travagli interiori di A, ladro solitario alla ricerca di opere uniche e inestimabili, cane sciolto, genio della tecnologia e del travestimento in perenne allerta da tradimento, che per la prima volta si lascia andare di fronte ad un’avvenente ladra (l’ipnotica Aishwarya Rai) che cattura la sua fiducia.
Dhoom 2 non è più nemmeno il film degli stunts motociclistici com’era il predecessore; le moto compaiono praticamente solo sul finale per lasciare maggiore spazio a sequenze d’azione principalmente legate a sport e attività meno convenzionali un po’ sulla falsariga del film statunitense XXX.
Il film esordisce con A che fa sand boarding agganciato con una corda ad un treno, poi roller-blading in mezzo al traffico di Mumbai, moto d’acqua che sgorgano dalle profondità di un lago fino alle classiche sequenze motociclistiche.
Da amanti del cinema dell’eccesso di Hong Kong siamo comunque rimasti storditi da Dhoom e della sua poetica che fa della dicotomia, epica senza remore / eccesso cafone e tamarro, il proprio punto di forza. Tutto è portato all’eccesso in virtù di un florilegio di epica e di stimoli primari bagnati sempre da pudicizia pop. E quindi, esclusi gli inspiegabili e ributtanti momenti con le immagini accelerate, il resto è un circo di ralenti, luci espressioniste, pioggia, corpi, colori, musica, danza, esplosioni, movimenti di macchina arditi. Tutti sono bellissimi, griffati, scolpiti e il numero di protagoniste di sesso femminile di una bellezza ipnotica ai limiti dell’imbarazzo, tipica del cinema indiano, è quasi sconvolgente.
Le due donne di Dhoom 2 sono Bipasha Basu brava e bellissima che svetterebbe su tutto e tutti se non avessero preso l’infausta decisione di contrapporle una diva del calibro di Aishwarya Rai che ha ben pochi eguali nello star system internazionale.
Le alchimie sono le stesse del passato, la complicità tra il gansgter-poliziotto-playboy fallito Ali (Uday Chopra) e il suo collega, il burbero ma geniale Jai Dixit (Abhishek Bachchan). C’è poi una sottotrama che contrappone la coppia di ladri e infine la sfida bagnata di amicizia virile tra Jai Dixit e A, che come in passato arrivano addirittura a sedersi ad un tavolo di un bar, bere qualcosa insieme confrontandosi, per poi salutarsi in attesa del confronto finale in cui la professione dell’uno si scontrerà inevitabilmente con quella dell’altro.
Dhoom 2 è assoluto divertimento puerile, invaso da ottimi pezzi di cinema, alcuni dialoghi ispirati e personaggi ben scolpiti a volte gettati in svolte narrative inspiegabilmente frettolose e pretestuose. Per aspettare il terzo capitolo stavolta bisognerà aspettare ben sette anni, ovvero il 2013.

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