Dhoom:3

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Con un budget di 16 volte quello del primo film ma a ben sette anni di distanza dal precedente, nel 2013 raggiunge le sale indiane Dhoom: 3.

Ancora più grande, ancora più ricco, quasi interamente girato a Chicago è alla data di uscita il film indiano con il budget più alto della storia, raggiunto poi nel 2015 dal colossal Baahubali, il primo ad uscire su IMAX e con l’audio Dolby Atmos.

Anche questo terzo capitolo conferma parte del cast dei primi due rivelando però un passaggio di consegne al banco regia da Sanjay Gadhvi a Vijay Krishna Acharya.

Prosegue quella sorta di progetto che si è evoluto fin dal primo capitolo, confermando alcune scelte, evolvendone altre, fino a rimettere in discussione alcune altre posizioni.

Dhoom, dopo la parziale parentesi di Dhoom 2 torna ad utilizzare gli stunts motociclistici riconfermandosi come IL film delle corse di moto. Ma c’è di più. Le moto ormai non si accontentano più di sfrecciare sulle strade ma si trasformano in moto d’acqua, scivolano su cavi tesi tra i palazzi sfiorando vagoni della metropolitana, si fondono tra di loro diventando un unico potentissimo veicolo.

Si evolve anche l’idea particolarmente evidente nel precedente capitolo ovvero di rendere Dhoom un film del villain, piuttosto che dei due eroi. Non vediamo infatti i due poliziotti protagonisti della franchise prima di ben venticinque minuti di metrica, interamente dedicati ad un flashback e alla caratterizzazione del “cattivo” di turno. Ma anche in questo senso c’è uno scarto concettuale. Il villain non è un ladro di banche o un uomo che trasgredisce la legge per un proprio tornaconto; è un buono atto alla vendetta che la banca vuole letteralmente raderla al suolo. E il poliziotto protagonista, Jay Dixit (Abhishek Bachchan), più volte si rivela doppiogiochista, violento, aggressivo fino a mutare in un qualcosa di ben vicino ad un’antagonista. Tant’è che anche nei vari poster promozionali, la foto del criminale interpretato da Aamir Khan sovrasta quella di Bachchan. Certo, è un personaggio e attore ben noto tale da imporre la sua figura imponente nei vari processi di marketing. Ma c’è anche da dire che seppur talentuoso non possiede il fisico statuario dei villain precedenti. In effetti a livello di bellezza non si è fortunatamente più ai livelli così elevati da risultare imbarazzanti del precedente capitolo. Le bellezze femminili sono un paio e macroscopicamente sotto il livello dei due passati Dhoom.

I due poliziotti vengono presentati in una sequenza speculare a quella del precedente film in cui radono al suolo un villaggio a suon di pugni e di corse in auto rickshaw in un qualcosa di molto vicino a quello che era il cinema di Hong Kong che tanto abbiamo amato. Poi dopo un’ora e mezza il primo twist, e il film anche stavolta prende la strada del melodramma sentimentale agrodolce, fino all’ultima mezz’ora finale.

L’azione è costruita come un trucco di prestigio di cui Chicago è il palco. Infatti narra la vendetta di un bambino che ha assistito al suicidio del padre, leader del grande circo indiano in città, di fronte alle angherie di alcuni banchieri spietati. Da adulto scriverà un roboante piano per distruggere prima la fama e poi l’architettura stessa della banca in questione.

Il film è stato un monumentale campione di incassi portando a casa una somma 10 volte superiore rispetto al primo film con un guadagno netto di circa 60 milioni di dollari USA.

La grandezza del budget è probabilmente dovuta alle straordinarie sequenze d’azione per le strade di Chicago, tra inseguimenti tra auto e moto, elicotteri che sfrecciano tra i grattacieli, utilizzo di droni, auto della polizia che si scontrano ripetutamente e estenuanti corse che hanno probabilmente tenuto impegnate per lunghi tempi le strade cittadine.

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