Disciples of the 36th Chamber

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Quando ormai il genere dei film d’arti marziali stava per essere definitivamente rimpiazzato dai furori della New Wave e dal cinema degli anni Ottanta in generale, Liu Chia-liang non aveva ancora detto del tutto la sua sull’argomento. Con Disciples of the 36th Chambers (l’ultimo film del regista girato negli Shaw Studios) e soprattutto il seguente Martial Arts of Shaolin (1986), si crea un ponte ideale per la rinascita del genere di inizio anni Novanta. In quest’ottica, The Disciples of the 36th Chambers, uno dei classici della Shaw Brothers, non gode probabilmente della considerazione che gli spetta.
In questo secondo seguito del capolavoro The 36th Chambers of Shaolin (1978), la trama si riaggancia direttamente a quest’ultimo (lì dove invece Return to the 36th Chambers andava per la propria strada), con Gordon Liu che riprende il personaggio del monaco San Te.

Velocemente la trama. Il giovane Fong Sai-yuk, abilissimo nelle arti marziali, riesce sempre a cacciarsi nei guai, coinvolgendo amici e parenti. Quando un giorno insulta un gruppo di Manchu, questi chiedono il suo imprigionamento. La madre di Fong riesce in tempo a farlo accettare nel tempio shaolin, dove diventa discepolo del leggendario San Te, il maestro della 36a camera. Sai-yuk dal canto suo però non ha nessuna intenzione di sottomettersi alle regole del monaco …

Senza entrare troppo nei dettagli della storia, Liu, qui anche in veste di sceneggiatore, ci azzecca in pieno. La trama scorrevole appassiona più del lecito ed i personaggi – anche se solo abbozzati – appaiono subito familiari. The Disciples of the 36th Chambers, a dispetto del suo titolo, racconta la storia di Fong Sai-Yuk, così come il regista aveva già fatto con Wong Fei-hung in Challenge of the Masters (1976) e Martial Club (1981). Difatti il tempio shaolin e il personaggio di San Te, che subentrano soltanto nella seconda parte del film, sono secondari alla vicenda. Il ruolo da protagonista è affidato ad Hsiao Hou, uno dei pupilli  e collaboratori fissi di Liu. Il suo Fong Sai-yuk ricorda quello di Alexander Fu Sheng in Heroes Two (1974), ma ne amplifica l’energia. In parole povere, Hsiao nel film, che rimane probabilmente la sua prova migliore, non lo tiene nessuno! Persino il Jet Lee del dittico su Fong Sai Yuk (1993 e 1994) deve misurarsi con la sua interpretazione. Naturalmente il resto del cast non è da meno, Gordon Liu e Lily Li (che ad un certo punto auto-cita una sua scena di Executioners from Shaolin, 1977) in testa, coadiuvati da uno stuolo di caratteristi di primo ordine come Chan Shen, Lee Hoi-sang, Sun Chien e Ching Chu. Con The Disciples of the 36th Chambers Liu Chia-liang non solo non si ripete, ma anzi sovverte totalmente l’assunto iniziale degli “shaolin-movies” (mantenendone comunque alcuni elementi, in primis gli allenamenti nelle varie camere), in quanto Fong Sai Yuk è stato allenato nelle arti marziali fin da bambino. Per quanto riguarda la messa in scena (notevolmente curata, in particolare il montaggio) e le coreografie, Liu è ai suoi massimi livelli. I combattimenti, estremamente rapidi, impressionano per la loro precisione e dinamicità, grazie anche all’esecuzione impeccabile degli attori, che non fa sembrare le mosse coreografate a priori, ma fluide e naturali. Molte le scene memorabili (iniziando dal classico prologo, tra i più belli girati da Liu), ma gli ultimi dieci minuti, per velocità e complessità dei combattimenti, sono scolpiti nella storia del genere. Per l’ennesima volta il regista riesce a fondere tutti gli elementi al punto, da trovare un perfetto equilibrio, non facendo mai prendere all’azione (o agli elementi comici) il sopravvento sulla trama. The Disciples of the 36th Chambers, pur non essendo uno dei massimi capolavori di Liu Chia-liang, è un ottima commedia kung fu, che convince pienamente in ogni reparto. Un gran fumettone, inteso nella sua accezione più positiva. Fondamentale.

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