Doberman Cop

Voto dell'autore: 4/5
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Anche un film minore del regista come questo è fonte di numerose riflessioni, aggiunge tasselli ad un universo creato dal regista nell’intero corso della propria carriera e per ultimo, ma non meno importante, inserisce diverse trovate geniali che rendono anche i film più minuti di Fukasaku piccole gemme da scoprire e vedere.
Ci troviamo nel campo del poliziesco, tinto di noir, thriller, giallo investigativo e venature yakuza (di nuovo, alternative alla “norma”). A differenza dei suoi classici yakuza movie introspettivi e disperati (non che questo non lo sia) è presente un supplemento ironia compreso nel pasto.

Sonny Chiba (attore culto giapponese, visto anche in Kill Bill) è un poliziotto che viene da un’isola campagnola in città per assistere la polizia locale nelle indagini concernenti una ragazza (probabile compaesana di Chiba) morta in un rogo in seguito a strangolamento. Al contempo, nella città si muovono bande di giovani motociclisti ribelli e allergici alla legge, mentre uno yakuza investe tutte le proprie energie per far si che una sua protetta diventi la cantante dell’anno in Giappone.

Magistrali i primi 5 minuti (che Takashi Miike avrà studiato a memoria, o almeno il suo montatore) che mostrano in campo alternato, il corpo carbonizzato della ragazza, i titoli, vecchie foto in bianco e nero bruciate, le insegne al neon della città e Sonny Chiba, vestito in modo decisamente pacchiano e poco curato, cappello a tesa larga, passeggiare per le frenetiche vie illuminate della città con un maiale (vivo) in braccio. Il film è anche l’algoritmo della poca simpatia che il regista doveva nutrire nei confronti delle forze di polizia e del potere costituito in generale. Il prezzo da pagare per un poliziotto protagonista è di accerchiarlo di decine di altri sbirri, violenti, incapaci, assassini, tra cui farne spiccare oltretutto uno particolarmente cruento e mentalmente poco equilibrato. E per riuscire a districarsi nell’indagine, il nostro deve combattere gli altri colleghi, picchiarli, sparargli contro e allearsi addirittura con dei malviventi pur di sbrogliare il bandolo della matassa, tenendosi vicini come unici amici (e persone più normali della città come dirà sul finale) una prostituta e il suo protettore. Mentre tutto il film è farcito di esclamazioni e continue sparate contro le forze di polizia (provenienti da entrambe le parti in causa), non pago di questo rende anche lo stesso protagonista, il poliziotto noto nel suo paese come Doberman un impacciato e fuori luogo ma al contempo violentissimo e sempre pronto a trasformarsi in spietato giustiziere. Sono lontane le figure di poliziotti in perenne lotta contro il mondo e contro sé stessi dei classici del maestro (pensiamo solo al Bunta Sugawara di Street Mobster).
Come contenuto il film è un po’ meno aggraziato del solito e meno introspettivo, c’è più spazio per forme classiche di spettacolarizzazione, valorizzate da un ottimo lavoro di montaggio. Ma nonostante ci si renda conto di trovarsi di fronte a un film meno perfetto del solito non si possono non notare tutti gli elementi estranei alla narrazione che si iniettano nel film minandone le certezze relative alla fruizione; improvvisi eccessi di violenza, strani rituali folkloristici, ironia pungente, e struggenti trovate, come il delicato rapporto tra il boss yakuza e la sua protetta.

 

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