
Titolo originale : Gau ngao gau
Interpreti : Edison Chen, Sam Lee Chan-Sam, Pei Pei, Lai Yiu-Cheung, Eddie Cheung Siu-Fai, Lam Suet, Lam Ka-Wah, Lee Ka-Wing, Chow Ka-Sing
Sceneggiatura : Szeto Kam-yuen
Prodotto : Shin Yoneyama, Sam Leung Tak-Sum
Data di uscita : 17 Agosto 2006
108’
Dog Bite Dog è un film che fa male. Su più
livelli. La visione dell’ultimo film di Soi Cheang (Love
Battlefield) provoca un certo disagio, probabilmente
perchè ha il coraggio di mostrare ciò che nessuno
vorrebbe vedere, sbattendoci in faccia una realtà nella
quale il confine tra uomini e bestie si fa sempre più
sottile e va quasi a scomparire affievolendosi del tutto in
un continuo crescendo che non lascia scampo. E’ la potenza
del cinema di Soi Cheang, la forza di un cinema – quello
di Hong Kong – che ancora non vuole saperne di smettere
di stupire, di colpire basso, di prendere lo spettatore per
le palle e trascinarlo dove forse nemmeno lui vorrebbe mai
andare. Dog Bite Dog è la storia di un poliziotto
(Sam Lee) che insegue un criminale colpevole di omicidio plurimo
(Edison Chen). Il primo ha diversi scheletri nell’armadio
(oltre ad una vicenda in sospeso con un padre in coma ed un’indagine
nei suoi confronti da parte degli Affari Interni), il secondo
è un immigrato clandestino cambogiano cresciuto come
una bestia, addestrato sin da bambino ad uccidere i suoi simili.
La spirale di violenza in cui si precipita fin dai primi
minuti fa girare la testa: in Dog Bite Dog si muore,
di continuo. In decine di modi diversi. Sembra quasi che i
comprimari nello scontro tra il bene e il male altro non siano
che delle inutili pedine facenti parte di un gioco di proporzioni
cosmiche, totalmente al di fuori della loro portata. In quali
dosi i concetti di bene e male siano distribuiti, però,
è tutto da vedersi: buoni e cattivi non esistono in
Dog Bite Dog. Così come nell’antico
simbolo filosofico del Tao, lo Yin e lo Yang, bene e male,
sono costretti giocoforza a convivere pena il termine dell’esistenza
dell’uno o dell’altro. E così allo sfaccettato
carattere perennemente in bilico tra legge e criminalità
del poliziotto Sam Lee si aggiunge la scoperta dell’amore
da parte del suo antagonista nei confronti di una ragazza
orfana di madre, trovata quasi per caso nel bel mezzo di una
discarica nella quale viveva insieme al padre. L’inseguimento
tra i due protagonisti diventa presto simile ad un tornado,
pronto a travolgere e a distruggere tutto ciò che sfiora,
con i due contendenti pronti a regredire ad uno stadio animale
pur di compiere il proprio dovere sfuggendo ai rimorsi o di
proteggere sé stessi e le persone amate a costo della
vita. Un gioco violentissimo e letale che viene palesato in
maniera ancor più esplicita nei latrati e nei grugniti
che Soi Cheang, quasi didascalicamente, ha voluto inserire
nelle scene dove i due si scontrano a mani nude. Il regista,
oramai autore adulto e consapevole, prosegue il suo spietato
e coraggioso discorso sociopolitico intrapreso con il controverso
(e riuscito solo per metà) Home
Sweet Home e fa del personaggio di Edison
Chen una naturale evoluzione della squatter dai mai sopiti
istinti materni interpretata da Karena Lam, un’entità
patetica difficilmente inquadrabile come essere umano, rovinato
da un ambiente che non ha saputo o voluto accettarlo ed aiutarlo.
Difatti, come nelle opere più personali del nuovo corso
autoriale di Soi Cheang (finora limitate ai soli Love
Battlefield e Home
Sweet Home), anche in questo caso è
difficile schierarsi: il regista sottolinea la disumanizzazione
dei suoi protagonisti, o meglio si diverte a privarli di qualsiasi
umanità ponendoli in situazioni estreme, lasciandoli
agire in preda agli istinti ed alle emozioni più pure.
E Dog Bite Dog fa male anche per questo, per come
riesce a far parlare i suoi personaggi senza fargli aprire
bocca (i dialoghi si contano sulle dita di una mano), lasciando
comunicare volti, gesti, espressioni. Per lo spettatore, c’è
spazio solo per un profondo sentimento di pena mista ad amara
compassione.
Bisognerebbe guardare il film per poterci credere. Sam Lee, volto scoperto in modo quasi casuale da Fruit Chan (e successivamente protagonista di diverse sue opere), aspetto buffo, magrissimo, occhi spalancati quasi fuori dalle orbite, dopo innumerevoli commedie e parti da spalla è ora credibilissimo nel ruolo del poliziotto Wai, un personaggio scavato dai dubbi e dai rimpianti, vero e proprio simbolo di una raggiunta maturità artistica. E stupisce ancora di più il ritratto che Edison Chen dipinge per portare su schermo il suo personaggio senza nome (solo un numero per identificarlo negli incontri clandestini in Cambogia: il 247). Il fu protagonista di Gen-Y Cops, partecipe di diversi filmetti poco riusciti nonchè popstar e idolo delle ragazzine, compie un altro passo nella sua impressionante crescita recitativa degli ultimi anni (lo ricordiamo ottimo aspirante gangster in Jiang-Hu) vestendo gli sporchi, lerci panni di una perfetta macchina di morte, capace di impaurire con un solo sguardo ma anche di intenerire e di farsi compatire, mentre si muove nelle deserte strade di Hong Kong muovendosi come un animale. Ennesimo esempio di un’idea di cinema impensabile in occidente, tanto che ci è impossibile anche solo pensare di poter fare un esempio o di tracciare una similitudine. Volendo provarci, non è un’esagerazione dire che sarebbe come se il “nostro” Silvio Muccino, da un giorno all’altro, decidesse all’improvviso di impersonare un criminale assassino, psicopatico e stupratore, risultando sempre e comunque credibile. Forse in un altro universo?
Le indubbie, elevate capacità tecniche di Soi Cheang erano da tempo risapute. In Dog Bite Dog, però, la sua regia riesce a trovare una nuova ed ancor più elevata dimensione. La perfezione di ogni inquadratura ha dello sconvolgente. L’uso della macchina a mano nelle scene più movimentate, il grandangolo a riprendere da vicino i volti dei protagonisti, la profondità di campo, l’utilizzo di certe location sono tutte cose che lasciano basiti, così come il frequente uso di specchi e superfici riflettenti, che ribaltano simmetricamente volti ed oggetti come ad evidenziare il dualismo e la specularità nell’evoluzione dei due protagonisti (e del loro percorso inverso, da uomo ad animale e viceversa). Lo stile del regista si evolve di opera in opera e questa volta è aiutato da una fotografia anch’essa magistrale, che ritrae una Hong Kong mai così cupa e livida, perennemente immersa in toni marroni e bluastri, trasformata in una sorta di enorme baraccopoli che meriterebbe di essere elevata al ruolo di terza protagonista: menzione d’onore per i fari ed i lampioni disseminati tra le vie della città, costantemente accesi e filtrati tanto da apparire simili a piccole stelle. Le parti ambientate in Cambogia non sono da meno, con le loro tinte giallognole e verdastre, quasi a conferirgli il respiro di un’atmosfera malinconica e lontana, perfetta rappresentazione di un ideale luogo di fuga. Le musiche completano il sublime quadro audiovisivo con una scelta delle canzoni azzeccatissima nella prima parte, finanche grottescamente fuori luogo - nell’accezione più positiva del termine - nella seconda.
Dog Bite Dog è un’esperienza dal quale
si esce inevitabilmente provati, un film potentissimo che sfianca
con il suo devastante nichilismo chiunque provi ad avvicinarsene,
una costola di cinema hongkonghese degli anni 80 sparata a tutta
velocità in un 2006 che non ha più paura dell’handover
ma solo un grande coraggio e tanta voglia di fare (vero) cinema.
E un elogio particolare va a Szeto Kam-yuen, che con il suo
script traccia con solidità ed esperienza l’ennesima
parabola nera di un universo immaginario avvolto da un’ineluttabile
aura di pessimismo globale. Soi Cheang se ne sta lì,
buono buono, davanti al cancello dell’olimpo dei più
grandi: il passo per entrarvi è ormai breve. Insieme
ad Exiled
di Johnnie To, il film hongkonghese dell’anno.
a cura di Martin De Martin
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