Domains

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Domains, presentato in anteprima mondiale nel 2019 all’International Film Festival di Rotterdam, è un film diretto da Natsuka Kusano e scritto da Tomoyuki Takahashi.

La trama si apre con un dialogo tra un poliziotto e Aki Takemoto (Asami Shibuya), dal quale si viene a sapere che la donna ha ucciso Honoka, la figlia della sua amica Nodoka. In seguito, tutti gli accadimenti che hanno portato a questo evento vengono raccontati oralmente allo spettatore, attraverso le performance di tre attori che, diretti da una troupe a volte visibile, recitano e leggono copioni disvelando gradualmente tutta la vicenda.

Kusano mostra quindi i meccanismi della narrazione e il metacinema: raccontare una storia diventa quasi più importante che mostrarla e il valore evocativo ne risulta potenziato. Tutto il film è girato in una stanza dall’arredamento minimale, una scenografia alquanto spoglia, fatta eccezione per due piani-sequenza e un paio di inquadrature in esterna che aprono a un Giappone semi-desolato, dove il contatto umano si è perduto, come se questo fosse al contempo una metafora del mondo reale e dello stesso film.

La regista si affida a long take e lunghi piani-sequenza, tra dettagli, primissimi piani e campi medi, in un lavoro di montaggio accurato ma essenziale, data la varietà minima di piani, che diluisce il ritmo e lascia alla recitazione degli attori una parte importante del progetto. Infatti, oltre alla brava e già citata Asami Shibuya, sono presenti anche gli ottimi Tomo Kasajima (Nodoka) e Tomomitsu Adachi (il marito di Nodoka), che sfruttano tutto il potenziale dell’espressività, giocando sugli sguardi, sui gesti e sui silenzi, senza dimenticare che più gli stessi attori si immergono nelle parti che interpretano, più il confine tra realtà e rappresentazione sembra sfumare, in un sovrapporsi di fiction e non-fiction, facendo emergere tutti gli squilibri sociali e mentali che aleggiano nell’atmosfera.

Tra le caratteristiche fondamentali del film c’è la ripetizione estrema di discorsi e situazioni, grazie alla quale l’attesa della scoperta aumenta progressivamente, rivelando a ogni nuova linea di dialogo  piccoli elementi della storia, che non solo aumentano la comprensione delle motivazioni, e soprattutto delle sensazioni, che hanno portato Aki a commettere l’omicidio, ma che sviluppano i rapporti tra i personaggi, facendo emergere i temi portanti della pellicola. Le ripetizioni, quindi, sono ogni volta diverse e nelle differenze risiedono i meccanismi per scardinare il senso dei discorsi e per esprimere il non detto.

Le tematiche affrontate sono la famiglia, attraverso il lento disgregarsi della relazione tra un marito opprimente e una moglie desiderosa di libertà, e l’amicizia, vista allo stesso tempo come rifugio e come danno. Interessante la scelta di non mostrare mai la piccola Honoka, quasi che il peso dell’assenza e l’impossibilità di rappresentare il lutto fossero così pesanti da non permettere, nell’opera messa in scena dalla troupe nel film, la scelta di una attrice, fattore che rende quanto mai presente in ogni momento il misfatto compiuto.

Il titolo porta inoltre a ragionare sugli stessi contenuti del film, ovvero il tentare di definire continuamente il nostro “regno” individuale, i suoi confini e punti di contatto con quello degli altri, valutando attentamente le possibili “invasioni”.

In conclusione, Domains si rivela una pellicola dal forte spirito indipendente, in cui Natsuka Kusano, senza alcun tipo di compromesso, cerca di inserire tutte le sue idee sul cinema, la narrazione e i rapporti tra le persone, in una forma a volte troppo fine a se stessa ma a larghi tratti decisamente convincente.

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