Don’t Look Back

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Don't Look BackAnno 1999, Akihiko Shiota completa due film in quasi contemporanea: Moonlight Whispers e questo Don’t Look Back. Entrambi gli valsero un premio prestigioso che viene dato ai giovani meritevoli  dall’associazioni dei registi cinematografici giapponesi. Esattamente lo stesso premio che nell’anno in cui fu istituito (1960) fu dato ad un certo Oshima Nagisa per il suo Racconto Crudele della Giovinezza e in anni più recenti a gente del calibro di Kitano Takeshi (Boiling Point), Iwai Shunji (Fireworks, Should We See It from the Side or the Bottom?) e Toyoda Toshiaki (Pornostar). La distanza tra Moonlight Whispers e questo film sembrerebbe, almeno a livello superficiale, abissale. Entrambi molto apprezzati dal pubblico, seguono traiettorie apparentemente diverse finendo per incarnare invece le due anime del cinema di Shiota, che avrebbero trovato convergenza nei lavori successivi. Il primo ha dentro l’inquietudine adolescenziale, la perversione, la sgradevole transizione nell’età adulta degli adolescenti, il secondo è ancorato ad una età media inferiore, ma che fa da preludio a quella adolescenza inquieta, che sembra infatti essere lì per dispiegarsi a breve per tutti i bambini protagonisti di questo film. Non guardarsi indietro (Don’t Look Back) è a tutti gli effetti il tòpos incontestabile dell’autorialità di Shiota, vera e propria dichiarazione d’intenti del suo immaginario, anche se il titolo originale Dokomademo ikô (andiamo ovunque) rispetto a quello anglofono fa in realtà riferimento più deciso all’esplorazione dell’ambiente circostante tipico di quell’età.

Akira, Koichi, amici per la pelle, spettatori inerti della loro infanzia, sembra che nelle loro vite succeda ben poco, eppure è proprio il periodo della loro vita che ricorderanno più vividamente, fosse anche per la dipartita improvvisa di un compagno di classe. Eventi che arrivano a ciel sereno, che in un attimo ti formano e fanno dei protagonisti gli uomini che saranno. A Shiota importa poco  mostrare gli effetti di questi eventi, piccoli o grandi che siano, nell’evoluzione dei personaggi, ma è piuttosto interessato al loro accumulo. Lo spettatore guarda dei contenitori vuoti riempirsi di quello che li circonda per cui il meccanismo di empatia per il personaggio viene trasmesso dalla decodifica stessa dei nostri occhi. Con piglio da documentarista, da antropologo, quel che ci mostra è  proprio un sunto di cosa determina l’individuo in una età in cui si consolida il carattere, spingendo chi guarda a riflettere su sé stesso.

Anni dopo Shiota avrebbe ripreso in esame le vite di due bambini estremizzando il discorso che qui è in nuce. Le vite di quelli di Canary sono infatti già compromesse dal primo minuto in cui li vediamo, terribilmente influenzate dalle scelte dei loro genitori. Don’t Look Back è invece ancora embrioniale, l’ambiente è più circoscritto, forse lo stesso regista ancora non aveva annerito di pessimismo la sua fine scrittura. E lo stesso, contemporaneo, Moonlight Whispers sceglie in fondo la via della sdrammatizzazione dei temi pesanti che tratta. Per questo l’unico difetto subito riscontrabile di Don’t Look Back è forse proprio nell’essere troppo innocuo rispetto all’altro. Questi settantaquattro minuti appena sono utili a capire il regista che verrà, le basi poste per l’evoluzione del suo cinema. Si può dire che avevano visto bene i giurati del premio che Shiota guadagnò, perché qui ci sono tutti i germi delle opere più mature degli anni successivi. Bisogna solo saperle cogliere sotto la superficie, decodificarle, ma se non vi si riesce allora subentra il meccanismo inconscio per cui questo film risulta delicatamente e intimamente bello, come un piccolo segreto d’infanzia sepolto nel cuore.

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