Doppelganger

Voto dell'autore: 3/5
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Chissà se Kiyoshi Kurosawa ha mai visto il bel videoclip della canzone Die Interimsliebenden dei tedeschi Einstuerzende Neubauten, in cui i due “amanti ad interim” non riescono mai ad incontrarsi, perpetuamente separati da spietati split screen tranne che nel finale anche graficamente risolutore? La domanda sorge spontanea nel momento stesso in cui si nota l’utilizzo fresco e geniale di un mezzo cinematografico, lo split screen appunto (grazie al quale all’interno dello stesso quadro, suddiviso in più parti, si possono vedere più eventi simultaneamente) fatto dal regista nel film. E ancora più consapevole e lontano dalla gratuità è l’effetto, visto il tema portante del film, il doppio.
Dopo i successi pionieristici dei suoi horror, soprattutto il fondamentale Kairo e il seguente esperimento televisivo Kourei, Kiyoshi Kurosawa cambia genere ma non ritmo e stile. Dopo un’introduzione direttamente proveniente dai suoi precedenti horror il film si permea di ironia e di senso del grottesco (che ha fatto parlare di commedia tout court alcuni spettatori più superficiali). Il regista è comunque a suo agio, soprattutto facendo tesoro della sua precedente esperienza nel genere comico adottata nel corso della propria carriera ormai prolifica e estremamente varia. Lo stile invece rimane praticamente invariato, spesso contemplativo e quasi estraneo alla narrazione se non interrotto da timidi interventi di brevi carrellate. Logicamente non stiamo parlando di un “democristiano” della regia; a scelte consapevoli e forti (come un pugno verso la macchina da presa), si alternano i suoi classici ed estenuanti piani sequenza millimetrici. A questi elementi stavolta si unisce il già citato utilizzo di un geniale split screen. E se bisogna ammettere che ad un certo punto il brodo sembra allungato, il film assume una metrica un pò eccessiva e il ritmo sembra non essere quello adatto alla narrazione (mentre rivela una perfetta coerenza col lavoro precedente del regista, Bright Future), fin dall’inizio Doppelganger sorprende per i registri adottati. Basterebbe fare il paragone con un film omonimo americano di una quindicina di anni prima (interpretato da Drew Barrymore, e nemmeno bruttissimo) che tratta lo stesso argomento per comprendere appieno l’incredibile competenza del regista e la freschezza del cinema giapponese (horror o meno) contemporaneo.

Il film è interpretato magistralmente da Koji Yakusho, ormai attore feticcio di Kiyoshi Kurosawa, nelle vesti del protagonista e del suo doppio, un timido ed impacciato scienziato e la sua copia cinica e spietata, quasi una revisione dell’Ash malvagio dell’Armata delle Tenebre. Doppleganger alterna una prima parte decisamente derivativa dal new horror nipponico, contrappone sequenze ironiche ad altre iperviolente sprofondando nella narrazione e in una spirale infinita di paranoia. Duole a volte notare (come in altri film del regista) delle pecche produttive (in questo caso ci sono gravi discontinuità nella partitura audio) ma sono davvero dettagli all’interno di un prodotto comunque altissimo. Un film decisamente particolare e che sicuramente non può piacere a tutti forse proprio a causa di un ritmo decisamente (troppo?) pacato.

 

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