Dororo

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DororoAd aprire l‘edizione numero 9 del Far East Film Festival i selezionatori di Udine non potevano che, come di consueto, scegliere una pellicola che potesse elargire a larga mano gli elementi più popolari del cinema di intrattenimento. Il caso di Dororo è emblematico in tal senso visto che, tratto dal manga di successo di Tezuka Osama, ha raggiunto i più disparati strati della società giapponese riscuotendo un enorme successo in patria, con la lucida volontà di volerlo bissare in occidente. Shiota Akihiko quindi esordisce col botto nel mondo del cinema mainstream e, ad un’occhiata fugace, non si direbbe la sua provenienza dal dramma amoroso indipendente. Per chi non fosse avvezzo al mondo dei manga o quantomeno a quello di Tezuka Osama, Dororo è un’avventura fantasy che racconta la ricerca errante del Cacciatore di Demoni Hakkimaru il quale, privato delle proprie 48 parti corporee supplementari, va a caccia dei demoni a cui sono state consegnate dall’ambizioso padre in cambio del potere. Nel suo cammino incontra un bambino pestifero (il “dororo”=mostriciattolo del titolo) che nel film diventerà una giovane vagabonda dagli atteggiamenti mascolini, una scelta apparentemente immotivata, anche se si potrebbe ipotizzare un coinvolgimento sentimentale tra i due protagonisti nei sequel del film. Forte dell’alto budget e della inedita situazione produttiva, Shiota, abituato all’elasticità del cinema indie, si è trovato davanti alla condizione di dover aderire ad una mentalità commerciale che impone l’immediatezza emotiva in luogo della riflessione. Nei canoni del cinema per le masse ci sono dei dogmi non scritti che impongono di scuotere gli animi “ora ed adesso”, nel momento stesso della percezione visiva, senza tenere conto di ciò che è venuto o che verrà, un atteggiamento che faceva gioco alla produzione, interessata a catturare quanto più largamente anche il mercato estero, sempre maggiormente indirizzato verso questa concezione del cinema.

Quindi in Dororo è l’effetto a fare da elemento portante e lo fa in maniera ipersatura. Computer grafica e orribili creature di cartapesta coesistono sullo schermo in un continuo martellamento visivo. Il regista, invece di metterci di tutto un po’ diluito lungo tutta la pellicola, fa in modo di tenere qualsiasi elemento emotivo in ogni scena del film in modo che lo spettatore possa essere investito da spavento, ilarità, passione amorosa e azione all’unisono. La materia cinematografica su cui si poggia la struttura del plot viene tirata a secchiate verso lo spettatore, quasi Shiota volesse emulare Pollock. Tale modo di concepire il cinema popolare può facilmente essere fuorviante e, come è avvenuto, liquidato come obsoleto ma a volte si punta l’attenzione su zone distanti da dove è veramente stato lanciato il sasso. Prendiamola larga. Purtroppo sembra che l’intera comunità cinematografica nei vari livelli sia rimasta completamente coinvolta e obnubilata da Quentin Tarantino che gioca con le macchinine e nel conseguente dibattito se crocefiggerlo o venerarlo (perchè quando l’onore è ferito una via di compromesso non può esserci), per accorgersi che un altro idolo del cinema popolare stava infrangendo le catene del cinema blockbuster, senza doverlo necessariamente sbandierare in giro. Nel tanto bistrattato Spiderman 3, Sam Raimi, come nessuno si è accorto, si è preso la licenza di saturare tutti gli elementi di entertainment su un unico enorme parco di divertimenti. E non è forse quello che ha fatto Shiota Akihiko che tra l’altro si è evidentemente ispirato alle opere precedenti di Raimi nelle parti più ludiche di Dororo, cioè tutte? L’atteggiamento del regista giapponese tanto negativamente additato  come caustico e chiassoso  non è altro che la libera espressione di un cineasta abituato all’anarchia dell’indipendenza che riesce a conferire innocenza a ciò che per nome è peccato originale, il cinema commerciale, nell’unica maniera possibile: filtrandolo attraverso gli occhi e le menti elementari dei bambini che, come in Dororo, accettano, apprezzano ed si esaltano per l’effetto immediatamente sensibile. Pensiamo al dramma finale tra Hakkimaru e il padre. E’ inconcepibile che qualcuno possa pensar di risolvere la gravità di una scena di estremo sacrificio e conseguente riconciliazione tra un padre e un figlio dall’evidente derivazione shakesperiana facendo esplodere in una bolla di sangue il pentito genitore.

Shiota invece se ne frega e dà un valore ambivalente alle immagini che arrivano a trasmettere emozioni diametralmente opposte. Considerando che Shiota non aveva il potere di Raimi ma anzi era alla sua prima prova importante, si può dire che abbia voluto giocare alla roulette russa e, visti i risultati di pubblico sembra che la testa si sia salvata. Poi, se le sue scelte siano state dettate dalla descritta disinvoltura autoriale o da una inconsapevole frenesia potrà dircelo solo il futuro.

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