Dragon Squad

Voto dell’autore: 3/5
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Dragon SquadE’ questo il modo di svendersi del cinema asiatico d’azione? E’ così che si vende un film all’estero? Già la riflessione era venuta fuori analizzando il thailandese The Protector e ritorna anche in questo film. Là si traslocava il film a Sidney, girandolo come un prodottaccio Usa e recitandolo per metà in inglese. Qui produce Steven Seagal (si, si, quel Steven Seagal), dirige con la mano sinistra monca il bravo Daniel Lee (Black Mask) come una puntata di RIS, un film figlio di quel mostro chiamato co-produzione che porta un’invasione di attori famosissimi provenienti da ogni ambito e infilati a forza nel film; lo statunitense Michael Biehn, i mainlander Xia Yu e Li Bing Bing, il sudcoreano Heo Jun Ho (Volcano High) la trafila di hongkonghesi equamente divisi tra nomi alti (Sammo Hung e Simon Yam), visi nuovi (Isabella Leung), visi belli (Maggie Q), comparsate (Andy On) con supplemento di volti estremamente noti come Huang Sheng Yi direttamente reduce dal set di Kung Fu Hustle. Peccato che tutto sappia di già visto e decisamente in meglio, con gettate di materiale di scarto da Time & Tide, The Mission, Set to Kill, e altre decine di cose già messe in piedi nel passato. A peggiorare il progetto è uno stile pessimo, in cui la mano salda del regista si lascia andare ad una frammentazione della scena, ad una non fluidità dei raccordi, ad una negazione della coreografia, ad una regia mossa e incarnata dallo zoom a caso, e sconvolta da un montaggio che non vuole saperne di fermarsi un attimo addizionandosi fino alla saturazione di effettini di postproduzione puerili e sinceramente inutili. Irrispettoso negarne l’efficacia quanto falso negare il fastidio della visione, peggiorata da una partitura musicale praticamente sempre o retorica o fuori luogo. Il risultato è un fuoco d’artificio che nulla possiede della grazia dinamitarda di un Time & Tide e che non riesce a costruire furore ma solo confusione. Come capita di notare sempre più spesso, il montaggio distrugge l’epicità delle sequenze d’azione e, ancora più imbarazzante, sembra che i registi di Hong Kong stiano disimparando a girare tali scene come i coreografi a gestirle; un allarme gravissimo e un problema speriamo solo dovuto a tempi troppo rapidi di riprese e conseguente impossibilità di gestire sequenze marziali complesse. Almeno il film ha il coraggio di mettere in scena numerose sequenze balistiche altamente violente e sanguinarie senza cercare di accarezzare un pubblico più ampio con scelte più ovattate.
La storia è poca cosa e vede due gruppi (uno di poliziotti e uno di criminali) fronteggiarsi per tutta la metrica del film; entrambi i gruppi sono speculari in composizione e tipizzati, perfettamente godibili della proprietà commutativa. Una donna in ogni gruppo, un leader in ogni gruppo, un cecchino in ogni gruppo. La narrazione tenta talvolta di inserire dei momenti più alti o melodrammatici e ci riesce ben poche volte senza avvicinarsi nemmeno un po’ ai risultati di un Sha Po Lang, film per certi versi simile (alla lontana).
Rimane una postilla sugli attori, un rinato Sammo Hung, una brava –e non mi stancherò mai di dirlo- Isabella Leung, una Maggie Q che (alla faccia delle  malelingue) nel ruolo della poco sensuale spietata cecchina funziona che è una meraviglia e Huang Sheng Yi che dopo averla adorata nei panni della muta dal cuore d’oro in Kung Fu Hustle fa quasi impressione vederla in questo film in un ruolo così duro.

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