Dragon Tiger Gate

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Dragon Tiger GateContinua il sodalizio artistico e produttivo tra Donnie Yen e Wilson Yip. Dopo il riuscito noir nichilista Sha Po Lang, i due ritornano ad unire le forze per portare su grande schermo la trasposizione di un famoso fumetto cinese di Tony Wong Luk-Wong, riunendo un cast di tutto rispetto (tra i protagonisti abbiamo anche Nicholas Tse, Shawn Yu e Yuen Wah) ed affidando le musiche a Kenji Kawai, compositore giapponese e collaboratore abituale di Mamoru Oshii, ultimamente ascoltato all’opera in Seven Swords di Tsui Hark. Gli ingredienti per il blockbusterone estivo, insomma, ci sono tutti, comprese le coreografie marziali ad opera dello stesso Donnie Yen e le comparsate come narratori in voce over di Louis Koo e Isabella Leong… Il prodotto finale sarà all’altezza delle aspettative?

Dragon Tiger Gate è la storia di due fratelli separati alla nascita, Dragon (Donnie Yen) e Tiger (Nicholas Tse), figli di un grande maestro di arti marziali. Il primo lavora per la malavita, il secondo vive con il padre all’interno della scuola. Dopo un primo scontro tra i due all’interno di un ristorante dove stava per avere luogo un incontro tra gruppi criminali, Tiger entra casualmente in possesso della “Lousha plaque, una targa che rappresenta l’alleanza tra le due sopracitate fazioni. Dragon viene così incaricato di ritrovarla e nel corso della sua missione incrocerà la sua strada con Turbo (Shawn Yu), un giovane sbruffone esperto di nunchaku che vuole a tutti i costi diventare allievo della scuola del padre dei due fratelli. La storia del fumetto da cui trae spunto il film è quanto di più semplice si potesse immaginare: un’epopea sull’amicizia virile e sull’importanza dell’amore fraterno, sullo sfondo di una civiltà dominata dal crimine e dalle arti marziali. Niente di più, niente di meno. I due fratelli, inizialmente contrapposti, si ritrovano dopo lungo tempo riuniti contro uno stesso nemico, affiancati dall’amico Turbo in lotta contro il capo dell’organizzazione cirminale Lousha. Wilson Yip, come al solito (o quantomeno come nelle sue opere più importanti e sentite, come Juliet in Love, Bullets Over Summer o Sha Po Lang), tratta il tema della famiglia e dell’amicizia con rara sensibilità, riuscendo a coinvolgere nonostante la pochezza degli eventi narrati. Il regista sa descrivere i personaggi e le loro emozioni con una semplicità disarmante, lavorando sugli attori con la sua consueta bravura ed eliminandone i potenziali risvolti macchiettistici: c’è anche lo spazio per una storia d’amore, che vede protagonista Ma Xiaoling (l’attrice mainlander Dong Jie), figlia del boss di Dragon e innamorata di Tiger. Ma nonostante la cura nel tratteggio dei rapporti, il punto focale attorno al quale ruota l’intera vicenda sono senz’altro le sequenze marziali, di qualità altalenante anche se comunque sopra la media: Donnie Yen coreografa con la sua oramai consolidata esperienza e le sue indubbie abilità contribuiscono alla riuscita di alcune scene davvero suggestive, come l’entrata in scena del personaggio di Shawn Yu, introdotto da un lungo combattimento girato all’interno di un locale giapponese con una serie di spettacolari inquadrature in plongée, di movimenti di macchina e di trovate visive davvero esaltanti ed azzeccate. Non si lesina nemmeno sull’interazione con gli ambienti circostanti e sull’uso di armi improprie, tra pareti sfondate e lanci di sedie e tavoli. C’è da dire, però, che l’uso del digitale risulta spesso eccessivo e talvolta riesce anche a rovinare la credibilità di alcuni passaggi, su tutti – purtroppo – l’intero duello finale, fin troppo improbabile e plasticoso. Un vero peccato, anche considerata la linearità della storia che si muove per tutta la sua durata sui binari del già visto, senza riuscire mai ad appassionare davvero e che punta ad appoggiarsi quasi totalmente sulla spettacolarità delle sequenze action.

Dragon Tiger Gate, alla fine dei conti, risulta essere un blockbuster con tutti i crismi del caso, raccontato sì con una certa abilità ma del tutto all’insegna del convenzionale, senza spazio alcuno per idee o particolari innovazioni, schiacciato dal peso degli effetti speciali anche se sorretto da un cast a dir poco notevole: andrebbe quantomeno segnalata la presenza tra gli attori di gente come Chen Kuan-tai, leggenda del cinema degli Shaw Brothers (protagonista tra gli altri di Blood Brothers ma soprattutto di The Boxer from Shantung), qua nei panni di un anziano e malinconico boss criminale, e di Yuen Wah, ormai tornato ad altissimi livelli dopo il successo di Kung Fu Hustle. Sarebbe inoltre da sottolineare l’improbabile look degli attori protagonisti, costretti a vestire coattissime canottiere e ad indossare parrucche di ogni genere, al limite del ridicolo, pur di avvicinarsi alle loro controparti cartacee (i capelli argentati di Shawn Yu e il ciuffettone di Donnie Yen sono da antologia). Kenji Kawai si adegua ed orchestra lo score cavandosela con un lavoro di maniera, realizzando quasi sottovoce il suo compito senza mai incidere troppo. L’ultima fatica di Wilson Yip sarà senz’altro un successo al botteghino, dati gli elementi in ballo, ma il grande cinema di Hong Kong ci ha abituati nel corso della sua storia a ben altre sorprese e prodottoni iperpompati come questo Dragon Tiger Gate tendono fin troppo spesso a svilire le aspettative di chi si aspetta opere di ben altro spessore. Ora si spera che Yip sfrutti i fruttuosi ricavi di questo suo lavoro per tornare finalmente a dedicarsi a qualcosa di più personale.


Una tavola del fumetto da cui è tratto il film e alcuni dei poster dedicati ai singoli personaggi:

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