
Titolo originale :Lung Fu Moon (cantonese), Long Hu Men (mandarino)
Interpreti :
Donnie Yen Ji-Dan, Nicholas Tse Ting-Fung, Shawn Yu Man-Lok, Dong Jie, Li Xiao-Ran, Yuen Wah, Chen Kuan-Tai, Sherin Teng Shui-Man, Tommy Yuen Man-On, Sam Chan Yu-Sum, Tony Wong Luk-Wong, Louis Koo Tin-Lok (solo voce), Ella Koon Yun-Na (solo voce), Isabella Leong (solo voce)
Produttori : Nansun Shi, Raymond Wong Bak-Ming, Donnie Yen Ji-Dan, Yu Dong
Sceneggiatura : Yuk Long Wong (fumetto)
Musiche :Kenji Kawai
Data di uscita : 28 Luglio 2006
94'
Continua il sodalizio artistico e produttivo
tra Donnie Yen e Wilson Yip. Dopo il riuscito noir nichilista
Sha Po Lang,
i due ritornano ad unire le forze per portare su grande schermo
la trasposizione di un famoso fumetto cinese di Tony Wong
Luk-Wong, riunendo un cast di tutto rispetto (tra i protagonisti
abbiamo anche Nicholas Tse, Shawn Yu e Yuen Wah) ed affidando
le musiche a Kenji Kawai, compositore giapponese e collaboratore
abituale di Mamoru Oshii, ultimamente ascoltato all’opera
in Seven Swords di Tsui Hark. Gli ingredienti per
il blockbusterone estivo, insomma, ci sono tutti, comprese
le coreografie marziali ad opera dello stesso Donnie Yen e
le comparsate come narratori in voce over di Louis Koo e Isabella
Leong... Il prodotto finale sarà all’altezza
delle aspettative?
Dragon Tiger Gate è la storia
di due fratelli separati alla nascita, Dragon (Donnie Yen)
e Tiger (Nicholas Tse), figli di un grande maestro di arti
marziali. Il primo lavora per la malavita, il secondo vive
con il padre all’interno della scuola. Dopo un primo
scontro tra i due all’interno di un ristorante dove
stava per avere luogo un incontro tra gruppi criminali, Tiger
entra casualmente in possesso della “Lousha plaque,
una targa che rappresenta l’alleanza tra le due sopracitate
fazioni. Dragon viene così incaricato di ritrovarla
e nel corso della sua missione incrocerà la sua strada
con Turbo (Shawn Yu), un giovane sbruffone esperto di nunchaku
che vuole a tutti i costi diventare allievo della scuola del
padre dei due fratelli. La storia del fumetto da cui trae
spunto il film è quanto di più semplice si potesse
immaginare: un’epopea sull’amicizia virile e sull’importanza
dell’amore fraterno, sullo sfondo di una civiltà
dominata dal crimine e dalle arti marziali. Niente di più,
niente di meno. I due fratelli, inizialmente contrapposti,
si ritrovano dopo lungo tempo riuniti contro uno stesso nemico,
affiancati dall’amico Turbo in lotta contro il capo
dell’organizzazione cirminale Lousha. Wilson Yip, come
al solito (o quantomeno come nelle sue opere più importanti
e sentite, come Juliet in Love, Bullets Over
Summer o Sha
Po Lang), tratta il tema della famiglia e
dell’amicizia con rara sensibilità, riuscendo
a coinvolgere nonostante la pochezza degli eventi narrati.
Il regista sa descrivere i personaggi e le loro emozioni con
una semplicità disarmante, lavorando sugli attori con
la sua consueta bravura ed eliminandone i potenziali risvolti
macchiettistici: c’è anche lo spazio per una
storia d’amore, che vede protagonista Ma Xiaoling (l’attrice
mainlander Dong Jie), figlia del boss di Dragon e innamorata
di Tiger. Ma nonostante la cura nel tratteggio dei rapporti,
il punto focale attorno al quale ruota l’intera vicenda
sono senz’altro le sequenze marziali, di qualità
altalenante anche se comunque sopra la media: Donnie Yen coreografa
con la sua oramai consolidata esperienza e le sue indubbie
abilità contribuiscono alla riuscita di alcune scene
davvero suggestive, come l’entrata in scena del personaggio
di Shawn Yu, introdotto da un lungo combattimento girato all’interno
di un locale giapponese con una serie di spettacolari inquadrature
in plongée, di movimenti di macchina e di trovate visive
davvero esaltanti ed azzeccate. Non si lesina nemmeno sull’interazione
con gli ambienti circostanti e sull’uso di armi improprie,
tra pareti sfondate e lanci di sedie e tavoli. C’è
da dire, però, che l’uso del digitale risulta
spesso eccessivo e talvolta riesce anche a rovinare la credibilità
di alcuni passaggi, su tutti – purtroppo – l’intero
duello finale, fin troppo improbabile e plasticoso. Un vero
peccato, anche considerata la linearità della storia
che si muove per tutta la sua durata sui binari del già
visto, senza riuscire mai ad appassionare davvero e che punta
ad appoggiarsi quasi totalmente sulla spettacolarità
delle sequenze action.
Dragon Tiger Gate, alla fine dei
conti, risulta essere un blockbuster con tutti i crismi del
caso, raccontato sì con una certa abilità ma
del tutto all’insegna del convenzionale, senza spazio
alcuno per idee o particolari innovazioni, schiacciato dal
peso degli effetti speciali anche se sorretto da un cast a
dir poco notevole: andrebbe quantomeno segnalata la presenza
tra gli attori di gente come Chen Kuan-tai, leggenda del cinema
degli Shaw Brothers (protagonista tra gli altri di Blood
Brothers ma soprattutto di The Boxer from Shantung),
qua nei panni di un anziano e malinconico boss criminale,
e di Yuen Wah, ormai tornato ad altissimi livelli dopo il
successo di Kung
Fu Hustle. Sarebbe inoltre da sottolineare
l’improbabile look degli attori protagonisti, costretti
a vestire coattissime canottiere e ad indossare parrucche
di ogni genere, al limite del ridicolo, pur di avvicinarsi
alle loro controparti cartacee (i capelli argentati di Shawn
Yu e il ciuffettone di Donnie Yen sono da antologia). Kenji
Kawai si adegua ed orchestra lo score cavandosela
con un lavoro di maniera, realizzando quasi sottovoce il suo
compito senza mai incidere troppo. L’ultima fatica di
Wilson Yip sarà senz’altro un successo al botteghino,
dati gli elementi in ballo, ma il grande cinema di Hong Kong
ci ha abituati nel corso della sua storia a ben altre sorprese
e prodottoni iperpompati come questo Dragon Tiger Gate
tendono fin troppo spesso a svilire le aspettative di chi
si aspetta opere di ben altro spessore. Ora si spera che Yip
sfrutti i fruttuosi ricavi di questo suo lavoro per tornare
finalmente a dedicarsi a qualcosa di più personale.
A cura di Martin De Martin
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