Dream Crimes

Voto dell'autore: 2/5
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MuhanDream Crimes è un semplice Roman Porno, che non meriterebbe alcuna menzione speciale se non fosse per l’ingombrante firma della sceneggiatura. Ishii Takashi all’epoca ancora non aveva definito del tutto la sua carriera, che iniziò curiosamente solo dopo essere andato via una prima volta dalla Nikkatsu per poi invece rientrare dalla porta sul retro grazie alle sceneggiature tratte dai suoi manga. La credibilità costruita con la saga degli Angel Guts portò la casa produttrice ad investire su altre sceneggiature firmate dall’autore. Il problema di questo film è però nel regista. Il risultato è impietoso se paragonato con quanto ottenuto dai vari Chusei Sone (Angel Guts: High School Co-ed e Angel Guts: Red Classroom) o, proprio lo stesso anno di questo film, da Shinji Somai con l’incredibile Love Hotel.

D’altra parte il buon Somai è rimpianto a causa della sua prematura morte, mentre Kurosawa si è semplicemente dissolto in saghe per il video, che definire note è puro eufemismo, se si va oltre il collezionismo e la facile reperibilità della saga XX distribuita parzialmente anche in Nord America. Poco da meravigliarsi quindi se questo lavoro è difficile da vedere persino in patria. Al di là dell’entusiasmo di un Thomas Weisser, che nel suo Japanese Cinema Encyclopedia: The Sex Film parla addirittura di “superba cinematografia” per i suoi film, si può catalogare con disinvoltura questa affermazione tra i suoi classici abbagli critici. Dream Crimes è l’esile storiella della donna sicario Yû (Akasaka Rei), che però non è particolarmente brava a svolgere il suo mestiere se, prima di vagamente provare a compiere la sua missione, finisce a letto col suo datore di lavoro, poi con un ragazzino appassionato di pistole, poi con una barista e poi con la sua presunta vittima. I quattro amplessi, classico pegno da pagare per i registi della Nikkatsu del tempo, non fanno che aggiungere noia alla lentezza della vicenda. La relazione con la vittima ovviamente la porterà a rescindere il contratto col cliente che altrettanto ovviamente non sarà felice della cosa. Nel mentre il ragazzino pistolero le ricorda l’amore adolescenziale, che, ucciso dalla mala, l’ha tramutata in una spietata killer a pagamento. Almeno sulla carta parrebbe quasi andar bene.

Un bel pasticcio insomma in cui la mano di Ishii si riconosce in alcuni dettagli grafici, probabilmente rubati a qualche tavola dei suoi manga. Qui un occhio, lì qualche riflesso di luce e alla fine la solita catartica pioggia nel finale sospeso. Quella che manca è la disperazione, il trasporto che il maestro riusciva a far provare per le vicende dei reietti che di solito prova a tratteggiare, senza che questi abbiano mai scusanti e senza alcuna possibilità di redenzione per loro. Yu non sembra quasi un suo personaggio e il viscido cattivo, che nel finale le titilla la ferita sulla gamba con la pistola prima di stuprarla, sembra più appartenere al vocabolario di certo Roman Porno di basso, bassissimo livello, che alla galleria di brutalità in genere inserite nelle storie dell’autore per far schiudere gli occhi sull’orrore allo spettatore. Se il film dovesse servire ad affrancare la bella Akasaka Rei dai soliti ruoli di donna sottomessa, come quello di Office Love: Behind Close Doors, non vi riesce affatto. Serve giusto come invisibile penultimo tassello nella sua breve filmografia. Sicuramente la Nikkatsu non mollò definitivamente l’osso riciclando parzialmente il titolo, Muhan (夢犯) in originale, con Killing Angel Muhan che nel 1995 vide Kataoka Reiko come nuova killer protagonista, ma non Ishii alla sceneggiatura. Non che questo straight-to-video abbia fatto sfracelli, ma si può almeno dire che abbia goduto di maggior fama, anche se nel genere delle ragazze armate di pistola sarebbe ben presto arrivata la saga di tutt’altra levatura dei Black Angel. L’interesse per questi film è giusto in questo, ritenerli da incubatori per le due gemme nere firmate da Ishii.

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