Elogio della Lotta

Voto dell'autore: 5/5
Voto degli utenti InguardabileSufficienteConsigliatoOttimoImperdibile [3,33/5: 3 voti]

Elogio della LottaAttraverso le maglie dell’oppressione, data dalla parziale occupazione americana del dopoguerra, nel cinema nipponico spesso filtrava la resistenza intellettuale a quell’ingombrante straniero. In casa Nikkatsu i registi erano molto abili a confondere le già torbide acque. Da una parte la realtà che rappresentavano era quella dei club, del jazz, degli anni ’60 a suon di swing che la cultura popolare avrebbe voluto inseguire, dall’altra sottopelle viveva la contraddizione data dall’ostilità verso certi modelli culturali imposti. Questo quadro storico-politico però spesso finiva al di fuori delle inquadrature di Suzuki Seijun. Non che il maestro giapponese fosse disinteressato politicamente alla cosa, piuttosto aveva altre priorità, altre faccende da analizzare di cui Elogio della Lotta è uno degli esempi più eloquenti.

Kenka Erejii è la storia della follia nazionalista che investì il Giappone, tanto simile a quella che investì il nostro paese più o meno contemporaneamente, incarnata nell’adolescenza del protagonista Kiroku. Tratto dalla novella semibiografica di Suzuki Takashi riveste un anomalo investimento per i vertici Nikkatsu, nonché le prime avvisaglie del delirio che verrà nel film appena successivo del regista, quel famigerato La Farfalla sul Mirino che gli costò licenziamento e ostracizzazione da molti studi cinematografici. Come l’altro film un gelido bianco e nero è il massimo che concessero come mezzo di espressione gli studi, pur tuttavia concedendo la licenza di poter utilizzare uno sceneggiatore d’eccezione come Kaneto Shindo. Quest’ultimo era già all’epoca un freelance della sceneggiatura e della regia, ben noto per le sue opinioni e la sua impostazione di sinistra. Fresco del successo internazionale del suo Onibaba – Le Assassine, la sua unione con Suzuki soffiò vita in questa che rimane ad oggi una delle più pungenti satire su tutti i fascismi possibili e immaginabili.

L’adolescenza di Kiroku, interpretato dalla star Nikkatsu Takahashi Hideki, si svolge nel 1935 ai primordi dell’era Showa, proprio quando si colloca l’alba del nazionalismo giapponese che lo trascinò dritto, prima nel colonialismo, poi nella seconda guerra mondiale al fianco di Germania e Italia. Il giovane è ospite di una famiglia cattolica e tenta goffamente di trattenere la sua attrazione verso la coetanea Michiko che vive sotto il suo stesso tetto. Negli eccessi di testosterone dell’adolescenza il passaggio dal normale desiderio di sesso allo sfogare la rabbia con i pugni è poco sorprendentemente breve. E’ così che la vicenda di Kiroku diventa veicolo del messaggio più grande riguardante la deriva di una nazione verso il totalitarismo. Quella stessa ebbra follia che aveva investito anche il nostro paese affondando gli artigli persino nella cultura, sebbene si connotasse in maniera diversa in Giappone, presentava i soliti tratti comuni a tutti i fascismi visti in giro per il globo. L’Italia, paese confuso da tempo immemore, dove la storia dell’ultimo secolo viene insegnata poco e male ha visto la produzione artistica e cinematografica confrontarsi sulla questione, nonostante conviva perennemente nella schizofrenica oscillazione tra chi perennemente giustifica uno dei periodi più bui della nostra storia o chi magari lotta ancora contro fantasmi dal passato sì putrescenti, ma sempre in agguato. Invece come già detto, il Giappone meno frequentemente ha fatto incursione nella critica aperta di quel periodo, ma al più ha mascherato la cosa in diverse forme. Il cinema politico giapponese è stato prevalentemente radicato nel suo presente del dopoguerra, nei disordini giovanili degli anni ’60 e nel suo terrorismo. E in molti casi gli eventi sono spesso stati sullo sfondo piuttosto che esibiti esplicitamente davanti agli occhi dello spettatore. Elogio della Lotta è quindi oggetto prezioso persino oggi, quasi cinquanta anni dopo, per una nazione che ancora fatica a liberarsi dell’endemica chiusura dei governi verso l’occidente e del culto della disciplina e conseguentemente del militarismo.

Kiroku il goffo liceale viene preso sotto l’ala protettiva da chiunque, sia esso il padre, il meccanico della scuola, persino il direttore della scuola in cui viene trasferito e da lui duramente contrastato in pubblico. Tutti vedono in lui l’irruenza della giovinezza, la celebrano, lo giustificano e di fatto ne perdono il controllo continuamente contribuendo più o meno coscientemente a far crescere il suo personale dissidio. E chi da vicino ha studiato queste cose ben sa quanto parole come «giovinezza» e «gioventù» facciano parte del retroterra iconico delle nostre stesse destre estreme. Kaneto è bravissimo a condensare tanto materiale nella sua sceneggiatura e in parte incanala l’estro visionario di Suzuki in forme leggermente più pacate rispetto ai suoi film del periodo. Chissà a chi dei due è attribuibile la nota scena di Kiroku che sfoga il suo istinto alla masturbazione suonando il piano dell’amata con la sua erezione. Masturbazione che poi vive sottotraccia, spesso trattenuta per l’intera durata del film in un significativo parallelo simbolico con quella nazione che per non cedere a un semplice, ma naturale istinto di liberazione, preferisce piuttosto cedere al cerebrale e più vizioso circolo del potere. Sicuramente la suddetta scena rimane nella storia come uno dei più grossi esempi di ironia applicata nel cinema socio-politico, ben evoluta da un modello semplice e immediato come quello di Chaplin, che ne Il Grande Dittatore giocava a calcio col mappamondo, e somigliante vagamente ai grandi del nostro cinema impegnato come Petri e Bertolucci. Nel finale poi c’è anche il tempo per la breve, ma significativa, comparsa di un altro personaggio nella vita di Kiroku. Si scopre essere Kita Ikki, noto filosofo ideologo del’ultra-destra giapponese le cui idee lo portarono all’esecuzione capitale dopo il fallito tentativo di colpo di stato militare del 1936. Rimane l’amaro in bocca a pensare che nei programmi di Suzuki ci fosse anche un sequel di questo film come facilmente intuibile dal finale tronco in cui il giovane protagonista salta su un treno per raggiungere a Tokyo i golpisti. La novella d’origine era difatti strutturata su ben due volumi e il secondo sarebbe dovuto esser sceneggiato nei suoi programmi dallo stesso consorzio di autori che tirò fuori La Farfalla sul Mirino, ma come già detto fu la Nikkatsu a bloccare tutti i piani del regista purtroppo fallimentare al botteghino. La curiosità di vedere un oggetto cinematografico, come quello che avrebbe potuto creare il Suzuki posteriore a La Farfalla sul Mirino su tale sceneggiatura e confrontarlo poi con questo rimarrà purtroppo sospesa, bruciante ferita aperta come tutti quei potenziali capolavori che non hanno trovato mai la via delle sale per motivi vari. E in questo caso, vista la portata della presente pellicola, brucia ancor più.

CONDIVIDI: