Enter the Phoenix

Voto dell'autore: 3/5
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Enter the PhoenixPrimo lungometraggio come regista per Stephen Fung (dopo la co-regia dell’episodio breve del film collettivo Heroes in Love (2001)) noto ai più come attore fascinoso e mediamente talentuoso (Gen-X Cops (1999), 2002 (2001), My Schoolmate, the Barbarian (2001)). Come per Gen-X Cops, produce Jackie Chan che si regala anche un brevissimo cameo, mentre tutta l’opera è farcita forzatamente da amichevoli, piccole apparizioni di volti noti dell’ex colonia, da Nicholas Tse a Sammi Cheng e Sam Lee. Ma non basta, tutto il film è saturo di un cast stellare di volti storici (Yuen Biao, Chan Wai-man), collaudati (Daniel Wu, Karen Mok, Eason Chan, Chapman To e lo stesso Stephen Fung) e altri abituè di Stephen Chow (Law Kar-ying, Lee Kin-yan, Lee Lik-chee, Tin Kai-man). Se tutto questo proliferare di star può sembrare un’azione atta a creare un diversivo per distogliere l’attenzione dello spettatore dal contenuto, bisogna invece ammettere tutti i reali pregi del film, talmente tanti da far ipotizzare ragionevolmente la presenza di un co-regista occulto di supporto, tesi avvalorata anche dalla bassa qualità del film successivo del regista, House of Fury (2005).
In flashback viene mostrato il confronto tra due gang che terminerà con l’esecuzione di un virile legame di sangue tra i due relativi boss dopo che uno fa scudo all’altro con il proprio corpo per difenderlo da un colpo di arma da fuoco. 25 anni dopo uno dei due muore e i  suoi discepoli partono alla ricerca del figlio in Thailandia per consegnargli la dura eredità. Quest’ultimo (interpretato da Daniel Wu) non è allettato dall’idea, oltre a possedere poco le fisique du role a causa della propria omosessualità. Decide di cogliere al volo l’occasione un suo amico, (Eason Chan) orfano e  perdente nella vita che si spaccia per l’amico. Entrambi se ne andranno ad Hong Kong per dare vita al contempo ad una rutilante parata di gag e ad una crisi all’interno della triadi.
Se il maggior numero di gag sono quelle a sfondo omosessuale, c’è da sottolineare ancora una volta come l’argomento venga trattato in modo decisamente rozzo e poco fine. D’accordo, sono lontani i tempi di battute grasse e smaccatamente razziste sia nei confronti degli “stranieri” che degli omosessuali, ma certo non si può parlare di finezza nemmeno stavolta; non resta che prendere questa scelta come una consapevole sorta di forma di filologia. Il film infatti, sia nel cast, che nelle tematiche, che in  alcune gag scoperte e palesi, rivela uno sguardo nostalgico e citazionista verso un cinema del passato, soprattutto dei film del genere “giovani triadosi crescono” (alla Young & Dangerous) e dei vecchi noir balistici trasudanti amicizia virile (nel film viene citata graficamente una nota sequenza di A Better Tomorrow (1986) di John Woo). La messa in scena è salda, e la composizione del quadro fin troppo sapiente per un film d’esordio, mentre alcune parti non avrebbero sfigurato nemmeno in un noir “serio”; su tutte, quella sotto la pioggia (colma di splendidi dettagli), mentre inquadrature visivamente gratificanti ricordano senza infastidire un decennio e più di cinema ormai andato. Nulla da dire nemmeno sulle coreografie (ennesima pecca del film successivo nonostante la firma di Yuen Woo-ping), inventive, raffinate, al contempo di impatto e montate in modalità nemmeno troppo classica, ma nonostante tutto convincenti e coinvolgenti. L’unica pecca è che il regista, anche attore, è dotato di un ego spropositato, e ogni sua apparizione (fortunatamente rara) è un elegia di sè stesso, un’auto masturbazione visiva in cui la macchina da presa si fissa a scolpire il suo corpo, perennemente in ralenti e con espressioni da idolo maledetto dal viso sempre troppo pulito.Detto questo non resta che appurare che nella partita della propria carriera registica il giocatore Stephen Fung è fermo ad un pareggio con un film scadente e uno interessante. Lo aspettiamo al varco del terzo lungometraggio.

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