Epitaph

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EpitaphL’esordio alla regia dei fratelli Jung (Beom-Sik Jung e Sik Jung) prende la forma di un’antologia di tre storie dell’orrore. La narrazione inizia nel 1979, quando il dottor Park prende in mano un vecchio album fotografico ed inizia a ricordare i fatidici quattro giorni che nel 1942 hanno sconvolto le vite dei dipendenti dell’Anseng Hospital. Le tre storie sono narrate in ordine cronologico inverso: la prima ad essere presentata è proprio quella del dottor Park e della sua strana attrazione per uno dei cadaveri recentemente portati nell’obitorio; la seconda è quella di Asako, una bambina sopravvissuta ad un incidente d’auto, che ha provocato la morte dei suoi genitori; la terza riguarda un misterioso serial killer, le cui vittime sono tutte soldati giapponesi.

Una delle chiavi per godersi la visione di Epitaph sta proprio nella precedente sinossi: è importante tenere presente sin da subito che le tre storie narrate sono fra loro indipendenti per evitare di perdersi nella vana ricerca di collegamenti forti a livello di sceneggiatura. Le storie si sfiorano, presentando una location comune e proponendo un insieme di personaggi ricorrenti, ma non si intrecciano mai in modo profondo. Se da un lato ciò può rivelarsi disorientante per uno spettatore impreparato, messo in ulteriore difficoltà dalla curiosa scelta di invertire l’ordine temporale delle storie, il delicato ed elegante ammiccare fra le tre diverse trame risulta estremamente intrigante e piacevole, soprattutto ad una seconda visione della pellicola. Il riproporsi di scene già viste, ma non nella loro interezza, e di personaggi già presentati, ma non nella loro reale complessità, appagano lo spettatore attento, che potrà cogliere la cura dedicata alla realizzazione del prodotto.

In effetti “cura” è la parola chiave per valutare ed apprezzare un prodotto come Epitaph, che si rifà molto di più alle classiche storie di fantasmi della tradizione giapponese che alle decine di prodotti commerciali che ci hanno riproposto in mille salse diverse la storia di Sadako. L’attenzione per i dettagli visivi è ai massimi livelli, esaltata da una grande abilità nella composizione delle immagini: così come amore e morte si intrecciano nella tematica della pellicola, così il bianco della neve si mischia con il rosso del sangue, uno splendido corpo di donna viene ricoperto da viscide lumache e luci ed ombre si fondono nel ricreare effetti piacevolmente inquietanti. Allo stesso modo grande attenzione è stata posta nella realizzazione della colonna sonora: dai toccanti pezzi tipicamente locali all’uso dei violini, ora struggenti, ora terribili (significativa una citazione allo Psycho di Hitchcock); una nota di merito va anche all’uso degli effetti sonori, sempre inquietanti, ma mai “scorretti”.

Venendo ad un’analisi delle tre diverse storie, la prima è senza dubbio la più originale ed interessante: il ritmo è lento e la narrazione ha il sapore di una leggenda locale, lo svolgimento è efficace, anche se qualche punto è lasciato un po’ in ombra. La seconda storia è la più convenzionale ed in effetti il classico fantasma dai lunghi capelli neri non risparmia le sue apparizioni. Bisogna riconoscere che il fantasma è davvero spaventoso e che le scene in cui compare sono di notevole impatto, ma nel complesso la storia non risulta troppo coinvolgente. La terza storia è invece la più complessa: dapprima si prende i suoi tempi, sviluppandosi in modo avvolgente, quindi propone una serie di colpi di scena, che costringono lo spettatore a cambiare spesso l’idea che si era fatto. Una nota a parte merita l’effettivo finale della pellicola, che si lega al prologo in cui il dottor Park esaminava il diario: esso è una degna conclusione, che si rifà ancora una volta alle tematiche proposte in precedenza. E per fortuna ci viene risparmiato il classico doppio finale da horror coreano…

Quali sono dunque le riserve su Epitaph? Prima di tutto la difficoltà nel proporsi al grande pubblico: il comparto narrativo è molto complesso e la scelta di presentare tre storie distinte in un unico film può risultare poco gradita. Inoltre non manca qualche momento di alti e bassi, soprattutto durante la seconda storia. Fatte queste debite considerazioni comunque, si può dire che, sostenuto da una cura eccezionale nei vari aspetti realizzativi e dalla volontà dei registi di proporre qualcosa di diverso, Epitaph è un prodotto estremamente interessante per gli amanti del cinema orientale e delle atmosfere goticheggianti.

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