Evil Dead Trap

Voto dell'autore: 4/5
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Evil Dead TrapLe successive visioni di Evil Dead Trap svelano sempre qualcosa di nuovo. Certi piccoli dettagli possono essere stati trascurati nella precedente esperienza. E poi pongono serie riflessioni su quel che è andato perso di quell’epoca. Non che si tratti di nostalgia, sia ben chiaro, ma questo è un film che certamente valica il confine della piacevola visione d’archivio. Per anni catalogato come film derivativo, a partire dal titolo scelto per l’esportazione, che provava a tirare in ballo il grande successo di quegli stessi anni La Casa (Evil Dead) in maniera grossolana, invece inventa e sorprende praticamente ad ogni inquadratura. Quasi fosse un caso, perché poi Ikeda non è che fosse questo rivoluzionario, ma piuttosto un grosso mestierante di cinema. Nelle interviste ama raccontare di come avesse iniziato per caso a lavorare alla Nikkatsu, ove aveva ricoperto tutti i ruoli possibili dal garzone fino all’assistente regista per poi essere praticamente costretto alla supplenza quando qualche altro regista designato era costretto a rinunciare ai suoi impegni. Grosso amico dello sceneggiatore Takashi Ishii racconta anche di aver litigato con quest’ultimo proprio poco prima della realizzazione di questo film. Così forse c’è davvero un po’ del Sam Raimi di Evil Dead, che il cinefilo Ishii conosceva certamente e tirava in ballo in una sequenza ipercinetica del suo esordio Angel Guts: Red Vertigo in quello stesso 1988. La nota Shaky Cam di Raimi, la camera fissata ad un asse di legno che permetteva appunto delle velocissime corse all’operatore, sembra fare la sua comparsa anche in questo film. Sembra solo però, perché se gli script maniacali di Ishii probabilmente includevano questo dettaglio di ripresa, certamente è credibile il fatto che quel matto di Ikeda non conoscesse i film dell’americano, né tantomeno fosse questo grosso appassionato di horror come amava sostenere.

Così le folli sequente ipercinetiche virate in bianco e nero, fatte di mille tagli su dettagli di occhi, oggetti, rifiuti e tubi sembrano ricordare in pieno il cinema dello sceneggiatore e i suoi storyboard. Magari viene più da raffrontarlo a Tetsuo che al film di Raimi, che è addirittura dell’anno successivo e decisamente più celebrato all’estero che in patria. Al contrario Evil Dead Trap ebbe buon successo di pubblico anche se la coincidenza è ben casuale ed è probabile che Tsukamoto e Ishii si ignorassero a vicenda. D’altra parte sono tutti figli della stessa epoca. Era l’epoca dell’esplosione del V-cinema più estremo dei Guinea Pig, della repentina fine del Roman Porno della Nikkatsu, linea che pubblicava la sua ultima pellicola proprio in quell’anno. Sia Ishii, che Ikeda, son figli della più antica casa di produzione giapponese e l’horror di quegli anni era esso stesso l’evoluzione ultima del singolare ed estremo percorso che aveva delineato negli ultimi anni. In questa ottica il film è un punto di arrivo di certa estetica e di certi temi, non certo un prodotto di derivazione tout court. Se pure nasce dalla passione e dalla volontà di voler fare horror, certamente si avventura lungo tutt’altri sentieri.

Dopo tutto qualsiasi addetto ai lavori sa assemblare un film horror, montando meticolosamente i pezzi e centellinando gli avvenimenti lungo l’intera durata. Nel 2013 è probabilmente il genere più prolifico: Masticato, digerito e risputato a più non posso da chiunque voglia praticare cinema, senza che mai si manifesti una dovuta crisi di rigetto. Sempici tasselli da mettere uno dietro l’altro, regole banali da seguire, una pantomima da recitare ormai. Eppure i registi di oggi non riescono a spaventare e soprattutto non riescono a perturbare. Questo è quel che si è perso rispetto a Evil Dead Trap. L’horror moderno non fa più male, non affonda più le mani nelle viscere, non dà alcun fastidio. Il paradosso è proprio nel ritenere questa crisi dell’immaginario una conseguenza diretta dell’assuefazione alla violenza, certamente aumentata esponenzialmente nei prodotti moderni. Farebbe quasi sorridere l’effetto gore dell’occhio trapassato da un coltello nello snuff video che viene recapito alla protagonista Miyuki Ono (Nami), se confrontato con odierni effetti speciali che ricalcano e spesso superano il reale lasciando poco spazio all’immaginazione, ma non accade. Ancora oggi quel primo omicidio ad inizio film è disturbante, afferra i nervi dello spettatore e lascia basiti per la sua iniziale costruzione fino allo shockante epilogo.

Cosa abbia un film come Evil Dead Trap in più di un qualsiasi brutale prodotto della modernità è già stato implicitamente detto. Non si tratta del fatto che il materiale originale si sia degradato e allora queste pellicole sembrano lorde più del dovuto. Niente affatto. Piuttosto per un film del genere si nota una cura formale del dettaglio tecnico in sede di ripresa, che le ondate di color correction di un epigono moderno fanno quasi sorridere e che una doverosa rimasterizzazione del materiale originale porterebbe agli occhi dei più disattenti. Purtroppo allo spavento, al fastidio vero, il cineasta moderno ci vuole arrivare per meccanica. Prima che questa meccanica del cinematografaro soppiantasse l’arte del cinema vi era invece un altro modo di concepire il cinema. Quel gusto, quella sensazione a cui era applicata la meccanica di genere, è all’opposto merce molto rara.

E l’horror, come Ikeda e Ishii, è il reietto del cinema overground. Tanto è vero che nella storia accanto a prodotti di ricca fattura come L’Esorcista o Shining, ci si affiancano progetti semi-indipendenti di registi esordienti quali il già citato La Casa o Non Aprite Quella Porta. Può allora un film come Evil Dead Trap entrare in quel gotha. Ha tanta sostanza per supportare tale causa. Catalogato come slasher, si sbarazza della conta dei cadaveri a quasi metà del film, lasciando sola la protagonista in balia dell’assassino. Diventa allora un viaggio allucinatorio tra tunnel, rovine post-industriali quasi apocalittiche e schermi televisivi. Questi ultimi, ossessione dello sceneggiatore assieme alla registrazione della violenza, non sono altro che un prosieguo del discorso iniziato anni prima nella saga degli Angel Guts. Un discorso che non si fermò certo qua, piuttosto deflagrò nell’horror del decennio successivo. In fondo la Sadako di The Ring veniva fuori proprio da uno schermo e i paesaggi in cui si muovevano i personaggi di Kairo non erano poi tanto diversi. A far da collante inquadrature sghembe, cinema della carne come dall’altra parte oltreoceano veniva prodotto da Cronenberg, persino musiche e omicidi chiaramente ispirati al Giallo italiano, altro genere che Ikeda sosteneva di non conoscere assolutamente. C’è tutto, davvero tutto, senza però che risulti derivativo, perché quello che passa è l’amore vero di Ishii per il genere. Difficile allora fare una recensione di un film come Evil Dead Trap. E` davvero più facile fare una dichiarazione d’amore al suo coraggio, alla sua anarchia, a tutto quello che si è smarrito

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