Executive Koala

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Executive KoalaIl cinema di Kawasaki sta lentamente ricevendo parte del rispetto e dei riconoscimenti che gli spettano. Coerente esegeta di una visione del tutto personale di cinema, figlia e frutto di una sovraesposizione infantile a materiale popolare audiovisivo, è riuscito a creare un universo tangibile anche se del tutto inaspettato e pretendente determinate premesse e incondizionate rese psicologiche ai fini di una pacata visione.
D’altronde il suo metodo è palese e scoperto; fare penetrare un universo di contaminazione tokusatsu nella realtà narrativa “possibile”, virando poi la resa in “genere”. Scelta del tutto possibile e naturale per il regista, frutto di spaesamento e inaspettato shock da parte del pubblico che di fronte a tanto ardore inventivo si è trovato in un febbrile disagio e diviso tra il dovere forzatamente filosofeggiare su simboli e significati semiotici o arrendersi incondizionatamente a questo universo parallelo neorealista (in stile Toriyama Akira) stuprato dalla violenza schematica del genere (o meglio, dei generi). Le candide dichiarazioni di Kawasaki possono venire incontro alla penetrazione di questa opera complessa e cialtrona al contempo; sequenze musical ispirate da Daigoro VS Goliath (un misconosciuto kaiju movie inedito in occidente il cui mostro protagonista, però, ha vinto il campionato di Asian Feast sulle creature giganti nipponiche), la parrucca/ghigliottina volante di The Rug Cop è invece una citazione all’arma finale dell’Ultra Seven, o –palese- l’animazione del koala ad inizio di questo film, che imita l’Ultraman classico.
Queste creature però non si battono sopra le città inciampando nei grattacieli (almeno fino al suo film dedicato al kaiju classico Guilala) ma scendono a statura umana tra gli uomini (alla Kamen Rider o Kikaida, si potrebbe dire) e tra di loro si integrano divenendo pretesto della narrazione.
In questo caso abbiamo un salaryman koala, pacato ed efficiente, accusato dell’omicidio della propria donna. Le sue strade sono poi sferzate da personaggi paralleli; un commesso di un conbini dalle sembianze di rana, il direttore dell’azienda per cui lavora dall’aspetto di coniglio, uno psichiatra, un poliziotto, un manager coreano abile nelle arti marziali.
C’è un visibile scarto rispetto al precedente Calamari Wrestler dove la creatura protagonista era un mostro nell’accezione di “meraviglia”, sorprendente, mentre in questo film si è giunti ad un’integrazione e ad un universo in cui uomini e “mostri” convivono e si confondono con la massima “normalità”. La regia è placida e funzionale, non eccede e non tenta l’eccesso, si regala ottimi giochi di luce e qualche guizzo, in preda ad una follia sincera deflagrante senza preavviso; le già citate sequenze musicali, qualche effettino digitale, giochi di sangue durante gli “efferrati” delitti, contrasti di sonno e veglia, demenza propositiva quando i personaggi vengono sostituiti da fantocci durante dei duelli (tanta tranquillità di intenti in scelte del genere si erano viste solo in follie del calibro di Sodom The Killer). I limiti del regista emergono sul finale durante uno scontro di arti marziali costruito con tre inquadrature in tutto che non si amalgamano nemmeno un istante, rappresentando una sorta di confessione delle proprie (ridotte?) capacità. Dopo questa dichiarazione si accetta il candore e l’onestà di Kawasaki e se ne apprezza maggiormente tutta la adorabile e volontaria cialtronaggine, assolutamente irresistibile e geniale.

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