Expelled from Paradise

Voto dell'autore: 3/5
Voto degli utenti InguardabileSufficienteConsigliatoOttimoImperdibile [3,50/5: 2 voti]

Rakuen TsuihoL’animazione giapponese si muove in maniera frenetica da quando è stata sdoganata all’intero globo. Come fosse una creatura polimorfa in continuo mutamento, con arti che dipartono da parti del corpo consolidate nel tempo ovvero quegli studi che di generazione in generazione si sono affermati. L’affanno critico nel trovare un periodo di stanca per tirare le somme, ingabbiare la creatura dentro schematismi, scuole, stili appare goffo il più delle volte, risultando nel finale smarrimento dato dalla distanza abissale tra prodotti di un medesimo studio o autore. Non si può decisamente fare un catalogo di un fenomeno in cui si muovono così tanti talenti ognuno dotato della propria individualità. Registi, character designer, sceneggiatori, effettisti, finanche doppiatori si alternano in collaborazioni fruttuose, almeno in termini economici, da uno studio all’altro, per cui provare ad abbinare la qualità o una autorialità ben riconoscibile a una serie di prodotti è impossibile. Certo alcuni fanno lo sforzo titanico di riuscire a sembrare sempre riconoscibili, chiunque sia a mettere mano alla produzione, ma di norma ogni serie e film d’animazione nel 2014 fa storia a sé, è un’alchimia irripetibile, che proprio dall’alto della qualità tecnica raggiunta da tutti gli operatori nel settore finisce spesso per funzionare se adeguatamente foraggiata.

Agli abili geni sperimentatori dei primordi dell’animazione locale sono succedute generazioni che hanno fatto frutto dei loro insegnamenti evolvendo sempre più discorsi iniziati dai predecessori. Expelled from Paradise non esula da questo discorso spingendo sul pedale di tematiche care agli appassionati della fantascienza nel settore cyberpunk, che a intervalli regolari viene rinvigorito da nuovi prodotti. L’eco più forte è quello di uno dei padri del genere, Mamoru Oshii, che negli anni ha profetizzato sempre più il distacco dal corpo fatto di carne a favore di un dissolvimento generale nell’etere. Nel racconto, parallelamente al mondo desertico in cui pochi umani s’arrabattano per sopravvivere, vive un mondo fatto di entità elettroniche, esseri concepiti in vitro per poi essere messi in circolo in un enorme sistema virtuale, il paradiso invocato dal titolo che risponde al nome di Deva. Il paradiso però non è immune dalle incursioni di un hacker noto come Frontier Setter, che trasmette misteriosi messaggi sul mondo esterno e su una nave progettata per esplorare lo spazio alla ricerca di una nuova vita, ragion per cui l’agente Angela Balzac si farà trasferire in un corpo fatto di carne e ossa e andrà a caccia dell’incursore. Il suo contatto sulla terra è Dingo, scapestrato tuttofare modellato sulle sembianze del Clint Eastwood più famoso, quello dei western con tanto di poncho e barba incolta.

Il frullato di influenze e stili è decisamente variegato. Alla già detta vicinanza tematica alle immersioni virtuali di Ghost in the Shell, ma anche al sottovalutatissimo Avalon, il film live action realizzato da Oshii nel mezzo tra i due film della serie, si aggiunge quella estetica. Come l’opera originaria di Shirow Masamune da cui traevano linfa le opere di Oshii, un mix di corpi scolpiti, abbondanti, rotondissimi seni e esoscheletri da guerra fa da cifra stilistica al character design di Expelled from Paradise. La narrazione è classicamente strutturata in tre atti. L’introduzione dei personaggi alternata tra il mondo di Deva e l’arrivo sulla terra di Angela presenta due battaglie di tenore totalmente opposto: la prima nel mondo virtuale porta alla mente Rez, il capolavoro videoludico della Sega, con tanto di musica techno-trance e luminosi neon ad accompagnare le cinetiche evoluzioni dell’eroina e la seconda, che sembra quasi un ritorno agli anime post apocalittici, con tanto di deserto, creature mutanti e atmosfera da western spaziale alla Trigun. L’impressione è pero che il riferimento più ovvio sia proprio al videogioco, vista l’insistenza sulle musiche, che prepotentemente ritornano nel terzo atto in cui c’è la resa dei conti tra Angela, Dingo e altri temibili agenti inviati da Deva e dotati da par loro di esoscheletro. In mezzo ai due atti c’è una lunga digressione, aritmica, con ben poca azione, che si dilunga sui limiti di un mondo virtuale in cui la memoria selettiva influenza fortemente lo sviluppo emotivo degli individui. Le resistenze di Dingo a cui più volte è stato offerto di diventare cittadino di Deva per i suoi servigi sono più che legittime.

Lo spettatore in qualità umano si identifica facilmente col sotto testo e il traslato con la nostra vita quotidiana che si dissolve sempre più nel virtuale, talvolta alienante, del social networking è quasi ovvio. L’ottima sceneggiatura di Urobuchi Gen prevede che Angela, inizialmente convinta della bontà del “paradiso” virtuale in cui è nata e vissuta, torni sui suoi passi nel momento in cui fa conoscenza di un intelligenza artificiale, che dopo essersi evoluta incomincia a ragionare di suo e riesce a sentirsi umana, arrivando persino a solidarizzare con Dingo. Come di fronte a uno specchio Angela è costretta a confrontarsi col concetto di umanità, con la scelta di voler tornare all’umanità, piuttosto che far decidere alle entità superiori di Deva quale sia il patrimonio che chiamiamo esperienza o memoria. Certo è forse un po’ scolastico questo modo di fare cinema. La Nitroplus, che è lo studio a cui fa capo il progetto, ci ha abituato a questo metodo, ma se un’opera fatta di elaborazioni di intuizioni altrui raggiunge questi livelli, allora ben venga nonostante gli eccessi di fanservice. Il lirismo c’è, la tecnica pure, l’importante è non fermarsi mai, che sulle strade dell’informazione, della virtualità, bisogna correr veloci per non annoiarsi. E se questa delizia visiva avviene sulle note della techno è decisamente buon nutrimento per gran parte dei nostri sensi.

CONDIVIDI: