Falling… In Love

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Falling... In LoveC’è vita nel cinema di Taiwan, oltre agli immensi Tsai Ming-liang, Hou Hsiao-hsien e Edward Yang? Questo Falling…in Love, esordio alla regia di Wang Ming-tai, già assistente regista nel Fiume di Tsai, è davvero un brutto film. Brutto, con quella vena disperata-esistenziale che sembra diventata la sola e unica cifra con cui il cinema taiwanese riesce a guadagnarsi l’ingresso ai maggiori festival internazionali. Il risultato di tutto ciò è ovviamente estenuante. S’intenda: chi scrive ha amato moltissimo Goodbye, Dragon Inn, e chi deve intendere, intenda. Ma c’è estenuanza ed estenuanza. Da una parte c’è Tsai, che sa costruire, poco a poco, un universo cinematografico popolato di fantasmi, di stanze vuote, di ultime proiezioni nell’ultimo cinema del mondo, prima che tutto collassi e scompaia, e vada perduto, per sempre, “come lacrime nella pioggia”. Nel cinema di Tsai l’esistenziale abita i muri e i pavimenti, è immagine palpabile, disperatissima. Dall’altra parte ci sono tutti gli epigoni di Tsai (e di Hou, ma anche di Wong Kar-wai volendo): registi che ripropongono la stessa minestra senza un briciolo di originalità. Ma almeno fosse la stessa minestra. Loro, e per ultimo Wang Ming-tai, propongono un brodino leggero leggero, tutto forma e niente sostanza. Che dolore rivedere sullo schermo le stesse luci “a-là” Christopher Doyle, le stesse luci di Angeli Perduti, sempre la stessa cosa insomma, ma fatta peggio. E’ un dolore totale, continuo, che parte dal volto efebico e androgino di Lan Chang-lung, (volto che, per parafrasare altre e più celebri affermazioni, ha praticamente due espressioni: quando si dispera e scopa e quando non si dispera e non scopa), passa per i capelli neri di Lee Kang-yi, innamoratissima e disperatissima, e termina (tra una sequenza incolore e l’altra) in svariate scene di sesso brutale, ma neanche, diciamo semplicemente insulso, che vorrebbero risultare disturbanti ma che al massimo provocano qualche sbadiglio. E’ quindi un film lunghissimo e pesantissimo (e non mi riferisco certo alla durata in oreminutisecondi) quello che si para davanti all’incauto spettatore, tra corse in moto senza sapere dove, litigi, silenzi e sfuriate improvvise degli attori che sono più consone a un nostro Stefano Accorsi piuttosto al miglior cinema taiwanese/cinese di questi anni.

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