
Interpreti : LAN Cheng-Lung, LEE Kang-Yi, WAN Fang, SHU Hui-Ying
Sceneggiatura : Wang Ming-tai
Fotografia : Chin Ting-chang
Musiche : Chen Tai-hsiang
Produzione : Sky Film Co., Ltd.
Anno : 2005
100'
C'è vita nel cinema di Taiwan, oltre
agli immensi Tsai Ming-liang, Hou Hsiao-hsien e Edward Yang?
Per quanto mi riguarda, no. Questo Falling...in Love,
esordio alla regia di Wang Ming-tai, già assistente
regista nel Fiume di Tsai, è davvero un brutto
film. Brutto, con quella vena disperata-esistenziale che sembra
diventata la sola e unica cifra con cui il cinema taiwanese
riesce a guadagnarsi l'ingresso ai maggiori festival internazionali.
Il risultato di tutto ciò è ovviamente estenuante.
S'intenda: chi scrive ha amato moltissimo Goodbye, Dragon
Inn, e chi deve intendere, intenda. Ma c'è estenuanza
ed estenuanza. Da una parte c'è Tsai, che sa costruire,
poco a poco, un universo cinematografico popolato di fantasmi,
di stanze vuote, di ultime proiezioni nell'ultimo cinema del
mondo, prima che tutto collassi e scompaia, e vada perduto,
per sempre, come lacrime nella pioggia. Nel cinema
di Tsai l'esistenziale abita i muri e i pavimenti, è
immagine palpabile, disperatissima. Dall'altra parte ci sono
tutti gli epigoni di Tsai (e di Hou, ma anche di Wong Kar-wai
volendo): registi che ripropongono la stessa minestra senza
un briciolo di originalità. Ma almeno fosse la stessa
minestra. Loro, e per ultimo Wang Ming-tai, propongono un
brodino leggero leggero, tutto forma e niente sostanza. Che
dolore rivedere sullo schermo le stesse luci a-là
Christopher Doyle, le stesse luci di Angeli Perduti,
sempre la stessa cosa insomma, ma fatta peggio. E' un dolore
totale, continuo, che parte dal volto efebico e androgino
di Lan Chang-lung, (volto che, per parafrasare altre e più
celebri affermazioni, ha praticamente due espressioni: quando
si dispera e scopa e quando non si dispera e non scopa), passa
per i capelli neri di Lee Kang-yi, innamoratissima e disperatissima,
e termina (tra una sequenza incolore e l'altra) in svariate
scene di sesso brutale, ma neanche, diciamo semplicemente
insulso, che vorrebbero risultare disturbanti ma che al massimo
provocano qualche sbadiglio. E' quindi un film lunghissimo
e pesantissimo (e non mi riferisco certo alla durata in oreminutisecondi)
quello che si para davanti all'incauto spettatore, tra corse
in moto senza sapere dove, litigi, silenzi e sfuriate improvvise
degli attori che sono più consone a un nostro Stefano
Accorsi piuttosto al miglior cinema taiwanese/cinese di questi
anni.
A cura di Paolo Balmas
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