Family Ties

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Family TiesUna storia non-ordinaria di legami familiari slegati prosegue la decostruzione del concetto di famiglia, un tema recentemente preso a cuore da una parte sempre più consistente di cineasti coreani. A titolo esemplificativo, basti pensare ad alcuni titoli più o meno eclatanti in questo senso: Bad Movie, Two Sisters, A Good Lawyer’s Wife, Arahan, A Bloody Aria, Cruel Winter Blues, I’m a Cyborg but That’s Ok, My Son

Metà della coppia dietro il memorabile Memento Mori, Kim Tae-yong per il suo secondo lavoro cambia totalmente indirizzo, come del resto il suo ex-collega Min Gyu-dong aveva già fatto in occasione della bella commedia corale All for Love, passato nell’ottava edizione del Far East. Tuttavia, mentre Min escogitava una costruzione narrativa tortuosa e stratificata che richiedeva un largo numero di comprimari e una gestione complessa di parecchie vicende contemporanee, Kim punta tutto su una trama minimale – che non vuol dire scontata né facile – affidandosi a un pugno di attori talentuosi. Su tutti spicca la sempre magnifica Moon So-ri (La moglie dell’avvocato, Oasis), che riesce a comunicare emozioni con una facilità disarmante e che riuscirebbe a rendere sfaccettato e vivido anche il personaggio più insignificante. In secondo luogo la sorprendente Gong Hyo-jin (Conduct Zero, la serie Ruler of Your Own World e proprio Memento Mori), coi suoi modi bruschi e testardi. E poi un gruppo eterogeneo di personaggi azzeccati in pieno: l’intenso e mimetico Eom Tae-woong, fratello minore della superstar Jeong-hwa, portato fortunosamente alle luci della ribalta dalla miniserie Revenge; il buffissimo Bong Tae-gyu (See You After School, When Romance Meets Destiny), che qui dimostra di avere anche la stoffa dell’attore drammatico; la veterana Go Doo-shim (My Mother, the Mermaid e la serie More Beautiful Than a Flower) e la giovane Jeong Yoo-mi (Close to You). Deliziosi nelle loro caratterizzazioni e ben dosati, rimestati e amalgamati, compongono un impasto umano dal gusto squisitamente eccentrico e, fuori di metafora, una famiglia disorientata e destabilizzante, ancor più nel contesto culturale sudcoreano, così conservatore e ancorato ai valori e ai legami familiari-sanguigni tradizionali.

In piena contrapposizione con i dettami romantico-plastificati della new wave mediatica (hanryu, letteralmente “ondata coreana”) imperanti nella penisola, il film scorre placido e rigoroso, molto parlato, mai a vanvera, senza grossi (s)travolgimenti, senza superbelloni/e, senza glamour, senza figli di industriali (chaebol), senza dozzinali e usurate canzoni pop, senza romanticismo da catena di montaggio, senza fatalismo o predestinazione. Si respira costantemente un’atmosfera rarefatta, sospesa e confusa, come se si attendesse un’evento o un personaggio destinato a non arrivare, una sensazione che l'(ab)uso delle riprese a mano (traballante) non fa che assecondare. Infine, l’anima di Family Ties è spiccatamente antimaschilista. I pochi uomini del film non fanno una figura brilante: instabili, irascibili, potenzialmente violenti, egocentrici, gelosi, incapaci di essere sentimentalmente fedeli o perlomeno affidabili; per contrasto essi esaltano le figure femminiili quali modelli di tolleranza, pazienza, iniziativa, indipendenza, maturità, altruismo, severità con se stessi e con gli altri. È indicativo, nel rapporto fra i due giovani nel terzo episodio, il fatto che lui non permetta a lei di fare volontariato e in ogni caso il carattere dei due riflette l’ambiente in cui sono cresciuti e i (proto)tipi di famiglia presentati nei primi due segmenti.

Seppur tecnicamente non faccia gridare al miracolo e l’atmosfera così intimamente “indipendente” sia intaccata da cadute sdolcinate e da ammiccamenti al grande pubblico, il regista ha saputo costruire una trama avvincente e spassosa, matura e smaliziata, dividendola “formalmente” in tre puntate, legate poi in extremis, a sorpresa. Ma anche qui Kim aggiunge il suo tocco acuto e costruttivo: anzichè in maniera convenzionalmente orizzontale, piatta e parallela, i tre segmenti sono messi in relazione fra loro in maniera verticale nel tempo e perpendicolare nello spazio. Il conseguente senso di disorientamento nello spettatore è solo provvisorio, fino a che si assesta la messa a fuoco narrativa. Poi vengono liberati il calore e la confidenza del ritrovare persone familiari, vere, quasi fossero vecchie conoscenze. Da un punto di vista transfilmico la “costruzione della nuova famiglia”, nel corso della visione, avviene fra le persone dentro e quelle fuori dallo schermo, in un legame dapprima simpatetico o immedesimativo, ma in seguito sempre più intimo e fisico.

C’è infine da accennare a una questione che recentemente va riproponendosi con preoccupante frequenza sotto il 38° parallelo: il mis-marketing. Mai come in questo caso lo spaccio di un’immagine ingannevole e illusoriamente allegrotta e spensierata ha gettato fumo negli occhi del pubblico, rischiando la disattesa di aspettative costruite ad hoc. Ma, visto che i casi simili inziano a moltiplicarsi (vedi Bewitching Attraction, My Captain Mr Underground, Family Matters, A Bloody Aria…) sarebbe forse il caso che chi lavora nel campo della promozione cercasse di evitare i tentativi forzosi e fuorvianti di allargamento dell’audience in favore di un approccio più sincero e fedele ai contenuti dei film.

Family Ties ha comunque entusiasmato pubblico e critica in ugual misura riscuotendo successi a livello domestico e internazionale con la sua miscela dolceamara di risate e riflessioni. Sulla possibilità di convivenza, di solidarietà, di collaborazione, di affetto anche fuori dalla cerchia dei consanguinei. O, in tempi di coppie di fatto e di nuclei familiari allargati, sulla possibilità di vedere con mente più aperta i legami affettivi ed estendere la definizione di “famiglia” a un semplice, eterogeneo, esogeno nucleo di conviventi.

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