Fatal Frame

Voto dell'autore: 3/5
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Che Mari Asato fosse una delle registe di cinema horror più affascinanti di questi anni c’era già salito in testa dopo la visione del delizioso Bilocation (2014), cervellotica ascesa melò nell’universo dei doppelganger. Ma tant’è, cerchiamo sempre di avvicinarci al cinema con i piedi di ferro visti anche i precedenti in un medio episodio dell’Hideshi Hino’s Theater of Horror (il primo) e nel brutto The Grudge: Girl in Black. Bilocation si rivelava un ottimo prodotto che univa una sceneggiatura complessa e una straordinaria e sensibile compostezza formale. Eleganza e tatto che sono confermati in questo Fatal Frame, sorta di live action legato alla franchise dell’omonimo videogioco anche noto come Project Zero.
Il film ha anche avuto una fortunata uscita in Corea del Sud dovuta al fatto che -di base- si avvicina macroscopicamente ad un classico episodio della serie horror locale di Whispering Corridors. Mari Asato infatti adotta lo stesso approccio degli autori di Memento Mori (secondo capitolo della saga); usare un genere (in questo caso l’horror), i suoi budget e strumenti per raccontare tutt’altro, “punti di interesse” personali e annegarli nel proprio stile folgorante.
Turbamenti adolescenziali, amore omosessuale, attrazioni letali, oscurantismo, rimandi continui iconografici e lati funerei della religione cattolica.
In una scuola cattolica una ragazza, nuova arrivata e adorata letteralmente dalle altre coetanee, si rinchiude in una stanza senza più dare segni di vita. Al contempo una leggenda metropolitana fa apparire apparentemente il fantasma della stessa che ghermisce le compagne che hanno avuto l’ardore di sfidare la maledizione baciando una sua foto a mezzanotte. Ovviamente nulla è ciò che sembra.
Ma non è la storia fonte di particolare interesse; a lasciare letteralmente incantati è il tatto e la sensibilità sensuale della messa in scena; nessun effetto speciale, nessuna goccia di sangue, mai un effetto sonoro enfatizzante. Tutto il perturbante è evocato con fluidi e caldissimi movimenti di macchina, ralenti, macro di dettagli, il fissarsi su sguardi, labbra, dita, mani, un’attenzione feticista alle piccole cose e un ritmo e respiro straordinariamente fresco. Lontano sia dal videogioco (la macchina fotografica c’è ma riveste un ruolo ben marginale) che da ogni horror classico, il film affascina appunto per la bellezza dei personaggi e la loro gestione, gli straordinari ritratti e la descrizione tecnica che la macchina da presa compie sui loro corpi. Uno stile straordinariamente compiuto, millimetrico e affascinante, pregno di sensualità, tatto e pacatezza.
Ma è diverso da tanto horror che rivendicava apertamente una ricerca formale esasperata e che andava ad inficiare il calore e la vitalità del prodotto apparendo si affascinante e accecante ma freddo e privo di qualsivoglia empatia (ci viene subito in mente il coreano A Tale of Two Sisters). Qui nonostante uno stile apertamente ricercato la regista non perde mai di vista narrazione, personaggi, e contatto diretto con il pubblico.
Mari Asato è una regista che seguiremo con una certa attenzione e ci auguriamo possa regalarci altri ottimi prodotti vista la sua maturazione così rapida e vistosa.

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