February

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FebruaryKaewta è una giovane e bella artista, in perenne conflitto con i suoi genitori – specialmente con il padre, che non riesce a considerare il suo mestiere un vero lavoro – e, soprattutto, gravemente malata. L’unica speranza? Un’operazione che potrebbe salvarla (sebbene i medici siano costretti a sperare in un miracolo) e che avrà luogo nel mese di febbraio. Kaewta nel frattempo decide così di fuggire a New York con l’intenzione di farsi ospitare da un’amica. Ma è proprio pochi minuti dopo lo sbarco nella grande mela che i fili del destino si intrecciano inesorabili: Jeeradaj, suo connazionale, sgherro e autista a pagamento della mafia cinese, la investe accidentalmente durante un lavoro sporco. Questi non può fare altro che cercare di soccorrerla, ospitandola in casa solo per poi scoprire che l’incidente le ha causato una malaugurata amnesia che le impedisce di ricordarsi chi è e da dove viene.

Yuthlert Sippapak è senza dubbio uno tra i più importanti registi della nuova ondata di talenti made in thai: dopo Killer Tattoo, enorme hit in patria esportato poi con discreto successo in diversi paesi, è il turno di February, un melò dalle atmosfere eteree e rarefatte, curiosamente ambientato per gran parte della sua durata a New York e recitato in una moltitudine di lingue. February si muove su dei binari abbastanza classici raccontando le storie inizialmente parallele dei due protagonisti, entrambi alla ricerca di qualcosa, di un utopico obbiettivo che possa motivare le loro povere e sfortunate esistenze: Kaewta, insoddisfatta dello sfortunato rapporto con la sua famiglia e con il proprio compagno nonché gravemente malata, vede in New York un luogo così lontano e diverso da poterle far dimenticare le angosce in attesa dell’operazione, cosa che poi accadrà in senso letterale. Jeeradej, invece, cerca di uscire da un giro criminale nel quale è ormai dentro fino al collo per tornare in patria e ricostruirsi una vita, salvo poi scoprire di dover compiere un ultimo lavoro per rientrare in possesso del suo passaporto. I due protagonisti, thailandesi emarginati in terra straniera, si ritrovano così partecipi di un fato comune, costretti ad aiutarsi a vicenda, immersi nella straniante atmosfera della metropoli newyorchese: l’intreccio melò riporta subito alla mente, in diverse occasioni, il Wong Kar-Wai del dittico Hong Kong Express / Angeli Perduti, non solo per le tematiche ma anche per il gusto nella messa in scena e per la scelta delle musiche. La New York rappresentata in February, perennemente caratterizzata da un plumbeo cielo invernale, diventa teatro perfetto per la vicenda che Sippapak narra con rara delicatezza basandosi quasi esclusivamente sulle sue capacità registiche – date anche le modeste capacità degli attori a disposizione e la pochezza produttiva generale. Melodramma e crime-story si fondono egregiamente, coinvolgendo lo spettatore in un crescendo emotivo perfettamente calibrato. Purtroppo come spesso accade anche February compie il suo passo falso sul finale: gli ultimi venti minuti risultano fin troppo forzati, stiracchiati e poco credibili, tanto da rovinare in parte il buon lavoro compiuto in precedenza.

Sippapak ha comunque centrato appieno il suo bersaglio, riuscendo nell’intenzione di portare il cinema thai su nuovi livelli di internazionalità e realizzando così il film thai meno thai della nuova generazione: il successivo Buppha Rahtree, dove all’impianto melò aggiungerà ingenti dosi di horror misto a commedia, lo consacrerà definitivamente come individuo da tenere d’occhio. February rimane così un film forse imperfetto, ma importantissimo.

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