Female Convict Scorpion Jailhouse 41

Voto dell'autore: 5/5
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Female_Convict_Scorpion_Jailhouse_41Parte esattamente dov’era terminato il primo capitolo questo sequel della serie Sasori, uno dei simboli per antonomasia del genere “women in prison”. Meno exploitativo del precedente, raddrizza il tiro, affina il ritmo e si trasforma in un film ottimo quando il primo era gravato da evidenti pesantezze strutturali e da una ricerca di stile definito che solo qui raggiunge la perfezione, come poi afferma anche Chris D. nel testo Outlaw Masters of Japanese Film.
Meno violenza fine a sè stessa (anche sessuale); o meglio, la gratuità permane ma muta in virtù e in elogio del pop.
Il film inoltre è una assoluta dichiarazione d’amore al corpo (e soprattutto al viso) dell’attrice Meiko Kaji, sempre fotografata come una bambola kokeshi e inquadrata in contre-plongée, gesto generoso atto alla definizione epica e storica assoluta del personaggio, con consapevolezza e con assoluta ragione; risultato ottenuto, la storia ne è la prova. Anche il ruolo ne guadagna in carisma e spessore, perennemente in bilico tra psicologia silente e azione irruenta, messo in pausa emotiva per tirare al limite le corde dello spettatore e fatta scoccare nell’istante in cui la pazienza tocca il punto massimo. La perfezione della gestione dei tempi e del ritmo.
Anche lo studio e la riflessione sulle luci e sulla loro alternanza in transizione raggiunge picchi inusitati e vette del surreale. Quella che nel primo capitolo era LA sequenza per antonomasia (l’aggressione della galeotta virata in blu) qui si diluisce –senza perderne in efficacia- lungo tutto il film con un risultato che è crogiolo trasversale tra le arti nipponiche, scatenandosi tra pittoricismo, teatro kabuki e cinema d’avanguardia.

Dopo l’ennesimo tentativo di aggressione al capo della prigione a cui Nami aveva già procurato parziale cecità, la ragazza viene mandata ai lavori forzati, stuprata e umiliata al fine di abbassare la sua portata rivoluzionaria e suggestione nei confronti della altre galeotte. Nonostante tutto un pugno di ragazze, tra cui lei, riescono ad evadere. Si snoda da qui un lungo viaggio in villaggi abbandonati, città fantasma, autobus occupati, alternando abusi e scontri con la polizia fino al finale in cui la vendetta, tema ormai classico della serie, sarà servita su un piatto d’argento e gustata decisamente fredda. Indossando ovviamente il nero abito d’ordinanza, ormai simbolo dei film di Sasori.
L’alta qualità dell’episodio è un incentivo a continuare per chi non aveva gradito il primo e si manifesta come una progressione ottimale di una serie che regala un sequel superiore in tutto al film pioniere. L’essenza stessa dell’opera, vista anche la chiusa simbolica, è quella di un dittico, di due film che non sono altro che le due facce delle stessa medaglia e che possono essere visti come un’unico lungo racconto e presi come oggetto a sé stante e testo filmico unitario e solido.

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