Female Demon Ohyaku

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Era il 1968, lo stesso anno di Red Peony Gambler e prima di Lady Snowblood e di tutta quella scena arbitrariamente chiamata “Pinky Violence”. Female Demon Ohyaku è il primo capitolo di una trilogia in costume (spesso appellata Poisonous Seductress trilogy) basata su personaggi femminili forti, astuti e letali, equipaggiati al contempo di arma bianca e di un venefico potere di seduzione. Il carattere pionieristico è evidente, come è evidente la decisione della Toei, appunto dopo Red Peony Gambler, di continuare su temi maturi, addensando nel metraggio narrativo bagni di sangue e dosi elevate di sensualità. Per fare questo mette alla regia Ishikawa Yoshihiro, noto sceneggiatore dei classici dell’horror di Nakagawa Nobuo (Black Cat Mansion, The Ghost of Yotsuya), regista che poi prenderà il timone dei due episodi successivi della serie (Quick-Draw Okatsu, Okatsu the Fugitive) donando una maggiore varietà tematica alla propria carriera che nella seconda parte si era parzialmente fossilizzata nel genere horror.

Ohyaku è la figlia di una prostituta suicidatasi che sopravvissuta viene adottata da un artista di strada itinerante. Durante una sua performance viene notata da Shin, un ladro spadaccino di cui si innamora. Nel corso di un furto ai danni di un nobile il duo è catturato, lei è torturata e lui decapitato di fronte ai suoi occhi. Come ulteriore spregio viene inviata in un isola/prigione, unica donna tra ciurme di violenti galeotti. Unica figura “amica” è quella di una donna, sposa di un custode, lesbica passionale, esegeta del tatuaggio che le copre una cicatrice sulla schiena con la figura di un demone. Sfruttando l’astuzia e le sue capacità seduttive la ragazza riesce ad evadere e a prepararsi per la sanguinaria vendetta.

Qualcuno ha suggerito come l’attrice che interpreta la protagonista, Miyazono Junko, non possegga il carisma di altre colleghe più incensate (Ike Reiko, Fuji Junko, Kaji Meiko), ma il suo talento è innegabile nell’interpretare un ruolo comunque complesso. Il film abbonda di sequenze shock (una su tutte le decapitazione di Shin di fronte a Ohyaku che, legata, striscia nel sangue giurando vendetta alla testa dell’amante o la stessa tortura che la ragazza subisce, appesa per i capelli sopra dei carboni ardenti mentre il cuoio capelluto si lacera), di nudi e scene permeate di erotismo nemmeno troppo candido. Miyazono è magistrale nel passare da uno stato emotivo all’altro, da candore virgineo a violenta ammazzone, da bestia ferita a seduttrice letale, sempre pregiata e favorita da una splendida fotografia in bianco e nero che leviga il suo corpo scolpendolo nel marmo. All’interno del genere, un film come questo si erge in maniera più che dignitosa, nonostante la poca fama che lo circonda almeno in occidente; il ritmo non scema mai a differenza di altri titoli simili, la regia è ottima e le sequenze di duello o quelle effettate sono montate sempre con un ottimo occhio tecnico e una capace fluidità.

Nel film compare anche in un piccolo ruolo (nonostante il suo personaggio troneggi nel poster originale) Wakayama Tomisaburo (la serie Lone Wolf and Cub). Da recuperare.

 

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