Female Prisoner # 701: Scorpion

Voto dell'autore: 4/5
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Female Prisoner # 701: Scorpion, ispirato ad un acclamato manga di Tooru Shinohara  racconta la genesi di Nami, nota come Sasori (Scorpion), divenuta nel tempo un po’ il simbolo stesso dei “women in prison” e interpretata da un’intensa Meiko Kaji (Lady Snowblood, Stray Cat Rock). “It’s stylish, well written, with some quirky elements” scrive Thomas Weisser, mentre è ormai ora di ridimensionare la serie e contestualizzarla adeguatamente. Meiko Kaji era la figura rappresentativa della serie della Nikkatsu, Stray Cat Rock (Alleycat Rock/Naraneku Rokku, 1970-1972), ma a causa della ripetitività degli episodi lascia la casa di produzione e approda alla Toei dove diventa ben presto la regina della serie Sasori, composta di sei episodi (4+2, tra il 1972 e il 1977), un remake del 1991, alcune versioni video e altre versioni/ombra come solo in Giappone sanno fare. L’attrice reciterà però solo nei primi quattro capitoli dopodiché lascerà la Toei per raggiungere la Toho e interpretare il suo più grande successo di sempre, Lady Snowblood (1973).

All’inizio di Female Prisoner # 701: Scorpion la vediamo nel tentativo di evasione (fallito) insieme ad una compagna, interpretata da Hiroko Ooji. Riaccompagnata nel carcere femminile di massima sicurezza verrà mostrato finalmente il flashback esplicativo; Nami, coinvolta dal suo amante poliziotto in una missione, viene da lui tradita, stuprata da una gang e abbandonata. Ripresasi tenterà di uccidere il poliziotto ma invano; Il tempo per la vendetta arriverà solo dopo un’ora e mezza intensissima di film.

La parte centrale del lungometraggio è un classico “women in prison” e come da definizione del sottogenere, diviene pretesto per una passerella continua di nudi femminili, timide sequenze saffiche, crogioli di poliziotti arrapati e violenti. Fosse solo questo, la parte centrale risulterebbe la meno coinvolgente e la più pesante. Fortunatamente è lo stile e la folle creatività del regista a fare la differenza. La macchina da presa si muove brusca spostando continuamente l’asse di visione, riuscendo ad andarsi ad infilare in luoghi extradiegetici per mostrare non più o meglio ma in modalità diversa (come l’inquadratura fatta da sotto il pavimento –trasparente- durante la sequenza dello stupro di massa). Alla regia si uniscono altri due elementi: un utilizzo forzato ed antinaturalistico delle luci e degli inserti di visionarietà pop. Simbolo stesso del film è la sequenza in cui una prigioniera cerca di uccidere Nami ma viene fermata dalla prontezza della ragazza che le frantuma una porta a vetri sul viso. Da quel momento si sviluppa una sequenza del tutto estranea al film: delle luci azzurre mostrano la ragazza ferita con i capelli irti sopra la testa e il viso, flagellato dai vetri, che si trasforma in una specie di maschera demoniaca del folklore giapponese. Sequenze come questa, o quella delle prigioniere sedute nell’orticello delle fragole che si dipingono le labbra con un finto rossetto ottenuto dai succhi dei frutti scaraventano il film nel reame dei folli lungometraggi giapponesi trasudanti furori ultrapop degli anni ’70. Meiko Kaji canta la canzone dei titoli di testa e di coda, non era la prima volta, ma questa sarà la prima di una lunga serie di successi.

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