Female Yakuza Tale

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Female Yakuza TaleFemale Yakuza Tale è spesso accompagnato dal sottotitolo Inquisition & Torture, ma ha poche delle infami caratteristiche che resero celebre Ishii Teruo ad occidente. Ad eccezione di una singola scena, di tortura ve ne è abbastanza poca se confrontato con gli eccessi di qualche anno prima de I Piaceri della Tortura, Inferno of Torture e Yakuza’s Law: Lynching! Piuttosto il buon Ishii aveva radicalmente spostato il baricentro del suo cinema verso l’eccentricità totale, finendo per mescolare swing e psichedelia come molti coevi avevano fatto prima soprattutto in casa Nikkatsu. Ed è infatti dalle parti del suo unico prodotto di quegli anni per l’altra produzione, Blind Woman’s Curse, che si potrebbe partire per definire questo sua breve e atipica escursione nel racconto di cappa e spada.

E non ci si riferisce solo alla rutilante colonna sonora o alle scelte cromatiche del direttore della fotografia. Lo stesso stile di regia qui diventa molle, flessibile, come in continua corsa da un angolo all’altro della scenografia. Verrebbe voglia di utilizzare il termine «improvvisazione» se non si sapesse di fare un torto alla programmaticità della scelta volta a dare dinamismo a tutte le trame e sottotrame narrate. Per questo c’è tanta camera a mano, ossessione tipica di quei registi arrivati ad un punto di consacrazione della loro carriera. Similmente a quanto accade a Miike anni dopo, pronto ad inseguire i suoi attori o forse le ombre stesse dei suoi attori, in Izo, Ishii nel breve periodo ’72-’73 lotta con la sua stessa creatività per dargli sostanza e non sola forma. Il baratro sull’autoreferenzialità come noto è sempre rischioso da costeggiare, ma l’operazione è un successo. Questo film, come i poco precedenti The Red Silk Gambler e Bohachi Bushido: Code of the Forgotten Eight sono lì a dimostrarlo. Il controllo dell’opera è totale e questo stato di coscienza è ben dimostrato dalla libertà creativo/visiva che si concede senza strabordare nei tremendi eccessi che spesso inficiavano le sue pellicole appena passate.

Un film tutto all’inseguimento allora, inseguimento delle figure fugaci che affollano lo schermo e pronte a sguainare la loro spada. Tra queste è Ike Reiko a dominare la scena, consacrata protagonista dal personaggio di Inoshika Ocho che aveva interpretato in Sex and Fury uscito nello stesso anno, ma diretto da Suzuki Norifumi, noto artigiano della Toei che si era già impiastricciato le mani nelle varie saghe con protagoniste cattive ragazze come Girl Boss Blues e Terrifying Girls’ High School senza particolari meriti o demeriti. Un film abbastanza innocuo se confrontato con questa scheggia impazzita, ma che narra le origini della vendicatrice nata dalla fantasia del mangaka Taro Bonten. Accanto alla Ike troviamo un numero consistente delle solite starlette Toei, più o meno famose, ma anche insoliti esordi come quello della cantante Aikawa Makoto. Abbigliata per l’occasione in maniera molto simile a Kaji Meiko in Female Prisoner # 701: Scorpion, con tanto di cappottone nero e cappello a falde larghe non riscosse probabilmente il successo della collega visto che ad oggi rimane il suo unico lungometraggio. Gli sforzi delle due, ma anche dell’unico protagonista maschile e dell’anziana boss delle ragazze (Negishi Akemi) si concentrano nello stroncare il traffico di droga tra yakuza che sfruttano il corpo delle ragazze come contenitori per il trasporto.

Della storia che è la classica scusa per mostrare donne nude e situazioni pruriginose è anche abbastanza superfluo parlarne, che l’importante è che non annoi come nel precedente episodio. Merito ad Ishii quindi che mantiene il ritmo alto fino al punto nel quale in un tripudio di carni nude, sangue cremisi e luci stranianti, la vicenda collassa trionfalmente verso la fine nell’analoga maniera degli altri film Toei dell’epoca. Se registi moderni hanno costruito cattedrali di fanatismo tagliuzzando alcune parti da questi prodotti, allora è importante non applicare lo stesso metro nel valutare queste pellicole. Ad onor del giusto Female Yakuza Tale va quindi catalogato nelle cose migliori di Ishii Teruo, spesso sottovalutate a favore delle cose più facilmente spendibili ad un pubblico in cerca di sola exploitation.

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