Ferro 3 – La Casa Vuota

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Ferro 3 - La Casa VuotaPuò un film essere concepito in Giugno, entrare in produzione con un budget ridottissimo nei primi giorni di Agosto ed essere acclamato, meno di un mese dopo, da pubblico e critica ad uno dei più importanti festival cinematografici a livello mondiale? E ancora: può il semi-sconosciuto protagonista di questo film non proferire parola per tutti i 90 minuti della pellicola e risultare più profondo e poetico di un logorroico, ansimante Stefano Accorsi diretto da Placido? “Una sciocchezza” avrebbero pensato molti, “Una favola” avrebbero risposto altri…prima delle 22.00 di lunedì 6 settembre 2004.

Questa è la data e l’ora in cui è stato presentato alla 61 mostra d’arte cinematografica di Venezia 3-Iron (titolo originale Bin Jip) di Kim Ki-duk.

Il regista coreano è ormai un classico mattatore da Festival europeo. Ovunque va lascia il segno, si può dire. Molti lo ricorderanno con The Isle nel 2000, sempre a Venezia, quando provocò svenimenti in sala di fronte ad atroci scene di autolesionismo, altri preferiscono ricordare il più recente orso d’argento a Berlino 2004 con Samaritan Girl (Samaria) o il suo primo vero successo di pubblico con Bad Guy .

Ma torniamo a Venezia 2004. Niente pugni sullo stomaco stavolta, basta con personaggi in circostanze estreme, stop con le tensioni grottesche e le pulsioni violente che sembravano contraddistinguere la sua produzione.

Si presenta qui in veste totalmente rinnovata ( anche se non dimentichiamo certamente Primavera, Estate, Autunno, Inverno…e ancora Primavera che già aveva anticipato un suo “addolcimento”), e si dedica ad argomenti, almeno superficialmente, più teneri e sensibili.

“Un regista che non ha paura della critica, ma di film senza vita”, è stato detto di lui. Niente di più vero. Quanta poesia, quanto amore, quanta dolcezza nascondono prima e liberano poi i personaggi di Bin Jip.

Tae-Suk è un giovane di pochissime parole (anzi nessuna) che trascorre la sua esistenza passando di casa vuota in casa vuota a dorso della sua moto. Entra furtivo in queste case lasciate incustodite da gente lontana per affari o vacanze…si veste e si accomoda come se la casa fosse la sua, ma non è ladro, è qualcosa di ben più nobile, più complesso. Prima di andarsene è ben attento a lasciare tutto come stava…anzi, lascia sempre qualcosa in più: ripara oggetti difettosi, lava la biancheria. Una sorta di tacito e sommesso atto di ringraziamento.

Ma che cosa va cercando questo giovane? Non lo sappiamo, forse nulla…o forse aspetta qualcuno, attende un incontro particolare che segni la sua vita.

Un giorno entra in una villa credendola vuota e trova invece quello che sarà il suo destino.

Una donna altrettanto taciturna con una vita tormentata da lasciare alle spalle e una nuova da agguantare al volo, senza esitazioni. E anche se la società o il mondo così come lo conosciamo con sembra essere fatto per loro e per il loro amore…scopriremo ben presto quali altre strade siano possibili.

Non andrò oltre con il racconto della trama che è giusto debba essere scoperta e arricchita da ciascuno a modo proprio, né (ovviamente) vi accennerò alla conclusione, vi posso assicurare, tuttavia, che avrete a che fare con una delle più poetiche e commoventi (ri)soluzioni narrative della storia del cinema. Esagerazione? Tiratele voi le somme .

“Qualcuno arriva sempre dalla persona che aspetta…arriva di sicuro…dalla persona che aspetta…in questo giorno del 2004 qualcuno aprirà il lucchetto che blocca la mia porta e mi renderà libero. Avrò cieca fiducia in questa persona e la seguirò ovunque , non importa dove o cosa succederà…Verso un nuovo destino…Non è dato di sapere se il mondo in cui viviamo è sogno o realtà”. Questo scrive Ki-duk a proposito del suo film e non ci sono forse parole miglior per dipingerlo. Queste sembrano anche le parole proferite dalla dolce e indifesa protagonista Sun-hwa mentre attende nella sua lussuosa villa qualcuno che la liberi. Non sono parole apertamente e fisicamente pronunciate, rimangono velate nell’anima, inespresse. Solo una regia attenta, intima e abile a cogliere la recitazione introspettiva dei due giovani attori può rivelare misteriosamente a noi quelle parole non dette.

Iron-3, titolo voluto da Ki-duk col quale sarà distribuito il film (tranne in Italia, ovviamente, dove lo troveremo come La Casa Vuota), è il nome della mazza da golf più costosa e meno utilizzata da chi gioca, metafora di una persona che vaga sola e abbandonata e allo stesso tempo simbolo di speranza e cambiamento (vedrete poi nel film l’uso che ne farà Tae-suk).

Un ultima curiosità: il film doveva essere musicato dal minimalista compositore inglese Michael Nyman (suo il cd che il protagonista inserisce nel lettore dello stereo in casa del fotografo) ma per motivi ignoti la collaborazione è saltata all’ultimo minuto.

Una delicata, romantica e affascinante poetica quindi, che conquista il pubblico con un sentimento misterioso di quiete e serenità. Un sentimento ben lontano dall’essere anche solo accennato nei sempre numerosi polpettoni americani (e non) che pretendono di spiegarci che cos’è l’amore servendosi di sceneggiature ridondanti, tanto ricamate nella forma quanto povere nel contenuto.

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