Final Run

Voto dell'autore: 4/5
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Final RunFinal Run può essere un buon esemplificatore (magari non un buon film, ma un buon esempio si) di certo cinema di Hong Kong più o meno riuscito (a seconda di coordinate supplementari); alternanza di location –in questo caso Hong Kong e la Thailandia (come ad esempio in A Fighter Blues), pletora di personaggi oltre il corale che si snodano tra infinite sottotrame che creano a loro volta una confusione insostenibile, facendo perdere allo spettatore le coordinate narrative del tutto. Il regista Philip Ko Fei (che produce il film con la propria casa di produzione, la Regent), attore veterano (ha esordito nei primi ’70) regista ad una delle probabili prime prove, coreografo marziale (anche di questo film), scrittore, insomma, un personaggio eclettico, come spesso accade nel cinema di Hong Kong (ed ecco un’altra esemplificazione del film) è un artigiano sotterraneo e prolifico del sottobosco povero del cinema action dell’ex colonia di cui ha comunque generato tanti film medi e minori ma che compongono quello strato molle di difesa /fondamentale/ per i film più grandi. Come anticipato, chi lo sa di cosa parla questo film, soffocato in tante e troppe cose, senza un minimo di cura nella fotografia, con una regia essenziale, delle coreografie rozze e sgraziate e un inizio pessimo? E sinceramente, chi se ne frega di cosa parla il film. Infatti, a guardarlo si potrebbe ipotizzare una delle opere più deboli del regista visto quanto è priva di tutto la prima parte. Ma se si supera la metà, si giunge all’avanguardia. C’è tutto infatti appena superata la boa, amicizia e tradimento, ricerca, scoperta, intrighi, triadi, narcotrafficanti, boss, amore, morte, coreografie marziali, sparatorie, inseguimenti, stunts, kung fu, mentre appaiono e scompaiono -secondo gusto- nomi enormi dello star system dell’ex colonia da Simon Yam (Full Contact, Exiled) a Francis Ng (Juliet in Love, Exiled), da Yukari Oshima (Avenging Quartet) a Dick Wei (Project A).
Superata la prima parte il film è un’eruzione continua e incalzante di furia coreografica eccessiva e assolutamente surreale, talmente esagerata (e sgraziata) da far riflettere sul fatto che su Matrix per giustificarla hanno dovuto inserire l’elemento “realtà virtuale”, mentre qui ci troviamo senza spiegazione in una Thailandia praticamente contemporanea. D’improvviso infatti esplode un ottimo montaggio alternato come entr’acte, vengono buttati lì simboli e metafore, mentre un sinuoso classico incontro triadoso tra Francis Ng e Simon Yam regala l’ennesimo duo di personaggi sopra le righe da scrivere negli annali e Yukari Oshima si mostra in una delle maggiori performance (marziali) della propria carriera. E poi gente che si spara con bazooka dentro piccole stanze, uomini e donne che volano fuori dalle finestre (e talvolta si spiaccicano sulle auto parcheggiate sotto), il protagonista che usa un bazooka come fosse una pistola Beretta, un intero villaggio thailandese raso al suolo da esplosioni del tutto pretestuose, da cavalli in corsa, dai corpi che posseggono un rinculo di almeno quindici metri ogni volta che vengono urtati da un colpo marziale o da un proiettile. E continui scontri fisici, uno straordinario mexican stand off tra Yukari Oshima e Ha Chia Ling in cui le due sparano contemporaneamente ed evitano i colpi semplicemente piegando la testa per poi continuare il combattimento. E poi i “cattivi” che scompaiono e ritornano, i personaggi completamente coperti di ferite letali che continuano a strisciare, a spararsi e lanciarsi pugnali, in un climax dell’eccesso pirotecnico tanto surreale e oltre il concepibile che può sorprendere anche uno spettatore già abituato alle vette sublimi della coreografia dell’eccesso della premiata ditta hongkonghese. Merito delle coreografie dello stesso regista e di Ridley Tsui (che appare anche in uno scontro di kung fu combattendo rigorosamente con gli occhiali da vista), e degli stunts automobilistici di Marcus Fok, vent’anni di carriera nel campo; le sue auto appena sfiorano persone, cose o veicoli, le fanno volare via tramite wirework con una violenza irreale stupefacente, come fossero parte integrante di una coreografia marziale.
Da (ri)sottolineare, tutto molto grezzo e sgraziato ma che anticipa (colpa anche il fatto dell’ambientazione thailandese) molti elementi che poi saranno presenti in Ong Bak, The Protector e Born to Fight. Alcuni stunts lasciano senza fiato; un uomo (senza stacchi di montaggio) vola da una finestra, si abbatte su un furgone sottostante e cade in strada. Subito si alza e viene investito da un’auto di cui sfonda il parabrezza. L’ultima inquadratura del protagonista che avanza tra le macerie, barcollante, coperto di sangue, trascinando un bazooka, è memorabile e va pregiata del giusto riconoscimento. Un brutto film -per carità- nell’accezione classica accademica e occidentale del termine, ma che sicuramente può essere un’ottima fonte di intrattenimento per chi già conosce il cinema di Hong Kong, ha terminato la visione dei classici ed è a caccia di emozioni nuove (e decisamente forti).

Nota: Spesso durante i titoli di coda dei film di Hong Kong vengono mostrati i ciak sbagliati o le scene più “adrenaliniche” (o commoventi, o comiche, dipende dal genere) del film. Qui invece viene mostrata di nuovo la sequenza iniziale e una, non presente nel film, -molto dinamitarda- di inseguimento tra le tipiche barchette thailandesi e assai simile a quella presente in The Protector.

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