Fly with the Crane

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Fly with the Crane di Li RuijunSelezionato fra gli Orizzonti della 69esima Mostra del Cinema di Venezia, Fly with the Crane di Li Ruijun sembra riagganciarsi a un discorso che Jia Zhang-ke e altri della Sesta Generazione di cineasti cinesi portano avanti ormai da diversi anni. La preponderante componente realistica e quella volontà infaticabile di voler mostrare i mille volti della Cina che generalmente o sono sottaciuti o non vogliono essere visti rimandano a titoli come Still Life e Beijing Bicycle. Con Jia Zhang-ke in particolare, Li Ruijun sembra condividere anche lo slancio poetico che arriva all’improvviso e che trasforma il suo cinema in qualcosa di più di un ritratto fedele. Immagini che provocano sensazioni inaspettate fino a quel momento perché fuori dal contesto reale che stavamo vedendo. Magari non con la stessa potenza di Still Life, ma la conclusione di Fly with the Crane supera i confini della verità con una minuscola iniezione di fantasia che calza a pennello. Non solo suggerisce un consolatorio happy ending, ma trasforma la storia di Old Ma in una parabola sulla vita, il tempo e la morte. Ispirato dalle pagine di Su Tong (Tell Them I’ve Gone with the White Crane) al punto da usare i propri familiari come protagonisti del film, Li Ruijun sente ogni attimo col cuore. E col cuore ci mostra la Cina rurale e desolata, con il tempo che scorre lentissimo e le giornate che si consumano sotto il sole. I suoi personaggi trasudano quel candore di vissuto, di modestia e sincerità che vive solo nelle persone lontane dalla contemporaneità. L’età si trascina senza fretta, la modernità non esiste. Nel villaggio di Old Ma, il nostro anziano protagonista, vediamo una Cina avulsa dal capitalismo cittadino. Denaro, potere e corruzione che violentano quotidianamente Pechino e le altre immense metropoli cinesi qui sono solo miraggi. Si vive di quello che si trova, si tiene stretto quello che si ha. Con una fotografia magistrale per tatto ed eleganza, Li Ruijun restituisce una campagna che ha fermato il tempo. I colori accesi, quasi bruciati pure loro dal calore solare, brillano di una vitalità perfettamente naturale. Di nuovo, è forte il contrasto con industrie e asfalto.
In questa sfida alla modernità è ambientata la lotta di Old Ma. L’anziano signore, un tempo costruttore di bellissime bare dipinte a mano, oggi è senza lavoro. La cremazione di cadaveri è diventata obbligatoria per legge e della sua abilità non c’è più bisogno. La cremazione non è solo la causa della sua disoccupazione. Per lui essere cremati vuol dire svanire in un alito di fumo e perdere anima e spirito. Incapace di trovare una soluzione, troppo vecchio per reagire, Old Ma subisce questa condizione ammalandosi, dando segni di senilità, o almeno questo è quello che credono i suoi compaesani. Inutile svelare che cosa c’entrino le gru bianche con la nostra storia. Basti solo dire che i nipotini troveranno il modo di realizzare il sogno di Old Ma. La gru, a modo suo, ci farà caso.
La bellezza delle immagini era già sufficiente ad irretire lo spettatore. Non soddisfatto, Li Ruijun sfrutta la colonna sonora per renderle ancora più memorabili. Se si stava pensando che bastava associare questa Cina in via di estinzione a strumenti tradizionali per creare la giusta accoppiata, si rimarrà sorpresi. Il folk cristallino della canzone portante, con quella voce roca perfettamente calata nel contesto campagnolo, è la scelta più azzeccata. E gli ultimi fotogrammi riempiono di lacrime anche grazie a questa musica azzeccata.
Solo certo cinema cinese oggi sa raccontare la propria terra e la propria cultura con questa sensibilità e questa passione. Fly with the Crane vi rientra a pieno diritto. Li Ruijun ha solo bisogno di sganciarsi ancora un po’ dal linguaggio della Sesta Generazione per trovare il suo sguardo unico. Anche così, tuttavia, ha saputo consegnarci uno dei momenti più emozionanti di Venezia 69.

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