For Love’s Sake

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Ai to makotoIl 2012 è stata un’ottima annata per Takashi Miike. Con il sorprendete Ace Attorney e l’acclamato Lesson of the Evil il regista di Osaka si è riconfermato, come una delle voci più interessanti del cinema nipponico contemporaneo. Ma, come spesso è accaduto nella sua carriera, non è mancata una nota dolente, che quest’anno ha il titolo di For Love’s Sake, che, bisogna ammetterlo, non è un’opera particolarmente riuscita. O meglio, è il classico film di cui i singoli elementi, presi a sé stante, funzionano meglio dell’opera nel suo complesso.
Tratto dal manga Ai to Makoto creato nel 1972 da Ikki Kajiwara (conosciuto in occidente per classici come L’Uomo Tigre e Rocky Joe), il film di Miike è solo l’ultimo di una lunga serie di adattamenti che comprende una serie TV, una trilogia di film realizzata tra il 1974 e il 1976 e addirittura un radiodramma.

La storia è ambientata nella turbolenta Tokyo del 1972. Ai (Emi Takei), liceale di buona famiglia, incontra di nuovo a distanza di undici anni Makoto (Satoshi Tsumabuki), un ragazzo di umili origini che le ha salvato la vita quando era piccola. Ai nel corso degli anni ha idealizzato il ragazzo come una sorta di principe azzurro, ma il Makoto che si trova davanti è ben diverso: un teppista manesco, con il volto sfregiato da una vistosa cicatrice che si è procurato proprio salvando Ai. La ragazza si sente in qualche modo responsabile della condotta del ragazzo e così decide di cercare di riportarlo sulla retta via. Grazie al padre, uomo molto influente, fa trasferire Makoto nella costosa scuola privata da lei frequentata, ma il ragazzo, totalmente indifferente agli sforzi e alle attenzioni di Ai , non perde occasione per cacciarsi di nuovo nei guai. La direzione della scuola, esasperata, fa trasferire Makoto in un altro istituto, la Hanozo Trade School, una sorta di crogiolo di tutta la peggiore feccia di Tokyo. Lì Makoto si mette contro la principale gang della scuola, fa breccia nel cuore di una “cattiva ragazza”, Gumko, e intreccia un rapporto ambiguo con la silenziosa Yuki. Ai, appresa la notizia del trasferimento del ragazzo, decide di seguirlo, iscrivendosi al suo stesso istituto.

La giovinezza, soprattutto quella scapestrata, è sempre stato un tema caro a Miike (anche per motivi biografici),un territorio che ha già esplorato più volte in passato,in cui l’ultima incursione risale al dittico di Crows Zero, film con il quale For the Love’s Sake intrattiene un rapporto di continuità sia visiva che tematica: l’infernale scuola in cui Makoto si trasferisce non può che rimandare al liceo Suzuran del film del 2007, nel quale però, al posto di rivalità virili, vige una sorta di matriarcato, con le ragazze al vertice della gerarchia delle gang.
Il microcosmo scolastico di For a Love’s Sake è affollato di personaggi memorabili a partire dal protagonista maschile, Makoto, indifferente a tutti i personaggi femminili che gli gravitano attorno e interessato ad un’unica donna, ovvero quella che “gli ha rovinato la vita”. Ma sono proprio i personaggi femminili che rimangono più impressi, su tutte Yuki, l’algida capo-banda dal cuore spezzato. Che si tratti dei protagonisti o dei numerosi comprimari, si tratta sempre di personaggi che dietro la scorza da duri, nascondono grandi fragilità, e sono tutti alla disperata ricerca di un amore (spesso non corrisposto), una ricerca forsennata che li porta ad inseguirsi, combattere e ferirsi (metaforicamente e non). Una volta che ci si rende conto delle potenzialità della storia, dello sguardo maturo e adulto sull’amore che si nasconde sotto la giocosa estetica da manga, ci si mangiano le mani all’idea di cosa il film sarebbe potuto essere se avesse avuto una scrittura migliore. Infatti l’esplosiva miscela di romanticismo, commedia e azione, viene resa inerte dalla sceneggiatura di Takayuki Takuma, la quale si perde dietro a svariati sub plot, affolla la storia di personaggi superflui e rinuncia ad approfondire quelli davvero importanti, appesantendo la narrazione. Purtroppo, anche le sequenze musical, in certi casi molto riuscite e divertenti, non si integrano mai davvero nella storia.
Tuttavia, il mediocre script non impedisce a Miike di regalare al suo pubblico momenti davvero immaginifici. Messa da parte ogni pretesa di realismo, Miike dà vita ad un universo che affonda le sue radici nel ricordo e nella nostalgia, grazie alle splendide e barocche scenografie e alla fotografia spesso innaturale, un mondo posticcio e finto quanto si vuole, ma tremendamente affascinante, che in più di un momento ricorda il Nobuhiko Obayashi di Hausu . Non pago, Miike inserisce di prepotenza in un prodotto mainstream come questo, la sua tendenza ad ibridare linguaggi diversi: i flashback del primo incontro tra Ai e Makoto sono resi tramite scene animate, con il character design ispirato ai manga del periodo, mentre la triste storia della vita di Yuki è illustrata con una sorta di disturbante teatrino delle marionette.
Come detto all’inizio, For Love’s Sake non è un film particolarmente riuscito, ma i suoi difetti non gli impediscono di pulsare di idee, di vitalità e di portare avanti per tutta la sua durata un’idea di cinema ben precisa. Un cinema che non sarà sempre perfetto e impeccabile, ma che non rinuncia mai a sperimentare e a cercare nuove vie.

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