Freeze Me

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Freeze MeLa neve è l’agente atmosferico a svelare il lirico inizio di Freeze Me. Per una volta Ishii Takashi non ricorre alla pioggia per sottolineare uno dei momenti topici del film, ma utilizza la sua versione cristallizzata. Come noto l’acqua in sé raccoglie molti simboli più o meno inconsci. Quello più ovvio è la catarsi dei tremendi peccati che in genere distruggono le vite dei suoi personaggi. Acqua quindi come pulizia, lavaggio della sporcizia e disinfezione delle ferite, lo stesso gesto compulsivo del bere viene definito da molti psicologi come un inconscio istinto di purificazione interno. La pioggia però non basta questa volta nel complesso mondo di relazioni moderne in cui si muovono le vicende di Ishii. Per questo, programmaticamente sin dal titolo, non basta più far scorrere rivoli d’acqua. Il dolore di Chihiro (Inoue Harumi) è davvero troppo, l’esigenza di cristallizzarlo, fermarlo nel tempo, congelarlo è la sua prima aspirazione.

Si fa presto quindi a definirlo come “rape and revenge”, quando si parla di questo film. Freeze me sta al genere, come uno Shining sta all’horror, come un C’era una Volta il West sta al western, come tutti quei film insomma, che finiscono per trascenderlo il proprio genere assestandosi al livello superiore pur rispecchiandone a tutti gli effetti gli stilemi e le caratteristiche che ne permettono la catalogazione. Freeze Me è il rape and revenge per eccellenza. Genere contestato, accusato di sessismo, spesso anche a ragione, ma il discorso è eluso, se non invalidato dalla distanza abissale tra i criteri tipici di analisi della materia occidentali, ben lontani da quella percezione orientale che vede la violenza verso le donne adombrare tanto cinema, come fattore endemico oseremmo dire, da Wakamatsu in poi. Una differenza ben illustrata da James R. Alexander nel saggio “The Maturity of a Film Genre in an Era of Relaxing Standards of Obscenity: Takashi Ishii’s Freeze Me as a Rape-Revenge Film” sulle pagine di Senses of Cinema qualche anno fa. Saggio che si spinge molto in là, forse a ragione, nel dire che la continua rappresentazione di stupri nella cinematografia giapponese rappresenta, talvolta consciamente talvolta no, la terribile punizione per la rivolta femminile alle posizioni imposte dalla società. Eppure nonostante la ricercata profondità nell’analisi l’autore sembra mancare il punto, dato che da una parte parla di personaggi bidimensionali, dall’altra di empatia con la protagonista. Il coinvolgimento emotivo è spesso ciò che rende il genere involuto, svogliato, spesso frainteso. Ishii da sceneggiatore navigato, prima che regista, raramente ha creato personaggi in cui lo spettatore possa rispecchiarsi. Questa è una scelta abbastanza ovvia e dettata dai pesanti temi delle sue storie, per cui i cattivi della storia non sono altro che completamento della protagonista, una vera e propria caratterizzazione svolta per fasi. Freeze Me a differenza dei Gonin è di fatto un film individualista, non corale, degna continuazione dei di poco precedenti Black Angel. Come costola avvelenata estratta fuori dal corpo dell’opera omnia del regista segna un punto di chiusura, simbolo di un passaggio ad una nuova fase della sua filmografia, che avrebbe visto uno stop di ben quattro anni prima di essere aggiornata col reboot di Flower and Snake.

Senza inoltrarsi troppo in rischiosi discorsi svolti altrove con dovizia di attenzione, si può allora aggiungere a quanto detto, che Chihiro non è una figura di giustiziere femminile la cui forza è risvegliata unicamente dalla violenza, che è spesso ragione alla base delle numerose contestazioni ai personaggi dipinti nel genere, ma è principalmente un essere umano quasi asessuato agli occhi della telecamera. Si può ben dire che Chihiro dopo anni dallo stupro è come un vuoto involucro per sé stessa come per i suoi aggressori, che forti dell’essere scampati ad una denuncia di una ragazzina, decidono di rientrare nella vita di quella che dovrebbe essere diventata una donna. Invece Chihiro non è ancora maturata, ha solo congelato dentro sé l’accaduto, cerca di limitarlo, sapendo di non potere rimuoverlo. E’ ancora una ragazzina quella di cui le bestie vorrebbero approfittare nuovamente. Non si risveglia proprio nessuna rivolta in lei, il suo atteggiamento è per tutto il film quello di continuare a seppellire lontano da occhi indiscreti la sporcizia sotto il tappeto. Per questo più casualmente, che con spirito di vendetta finisce per uccidere i suoi carnefici e conservarli in enormi congelatori. “Come sei bello” dice al più giovane di loro, come fosse ancora imbambolata nella sua giovinezza, ferma agli anni della violenza. Senza rancore, come non fosse una storia di vendetta, ma una storia di crescita scandita da tappe di una via crucis ben precisa e che corrispondono ognuna ad uno dei suoi carnefici. Il più giovane e rude Hirokawa (Kitamura Kazuki), il pavido omologato Kojima (Tsurumi Shingo) che prova a negare il suo crimine, il maturo criminale senza redenzione Baba (Takenaka Naoto), a cui si può aggiungere il nuovo ragazzo trovato nella grande metropoli Tokyo in cui si era rifugiata. Rappresentano tutti un tassello nel puzzle dell’anima della protagonista. Nel finale proprio dopo essersi liberata anche dell’unica relazione carnale consenziente, dopo aver sussurrato vanamente aiuto più volte all’orecchio del suo nuovo partner, la neve iniziale si scioglie e diventa la pioggia cara al regista che lava il nudo corpo della protagonista. D’altra parte l’acqua simboleggia anche la rinascita, l’evoluzione, la crescita, ma in questo caso soprattutto la catartica liberazione dalla società patriarcale. Non è la vendetta il premio della neonata donna, ma la sua libertà dal giogo della società che l’ha determinata e che passa anche dall’eliminazione della dipendenza dall’altro sesso.

Questo è forse il particolare che rende più vivo Freeze Me. Il romanzo di crescita è materia nuova per il regista, che lo aveva lambito solo parzialmente nel primissimo epocale Angel Guts: High School Co-Ed  di cui fu responsabile per il soggetto, mentre la regia fu di Sone Chusei. Per questo decide di svolgerlo in modo anomalo, sussultante, parando davanti agli occhi dello spettatore tutto un altro prodotto artefatto. Dalla sceneggiatura del secondo episodio della saga Angel Guts: Red Classroom, sempre per la regia di Sone Chusei, deriva invece l’idea della violenza registrata, meglio dire celebrata voyeuristicamente, su un supporto mediatico come la pellicola. In realtà l’idea fu aggiornata già qualche anno dopo passando dalla pellicola alla VHS per Rouge che sempre Ishii scrisse per Hiroyuki Nasu1, film che come spesso accade nell’universo del regista rappresenta embrionalmente questo successivo Freeze Me.  Uscito persino in Italia, dove la schizofrenica distribuzione dei film asiatici non fa molto testo, rappresenta comunque un tassello importante nella carriera del regista nonostante sia senza dubbio film minore. Senza nemmeno bisogno di dirlo c’è la solita unità di visione, l’eleganza e la compiutezza dell’Ishii autore dietro la macchina da presa. Certo stavolta siamo più dalle parti di un contrappunto, di una puntualizzazione su un recesso oscuro delle pieghe dell’Ishii scrittore. Freeze Me era qualcosa che andava spiegato ai suoi spettatori, un piccolo grande film dal quale bisogna grattar via la superficie per poterne comprende a pieno l’intima natura.

Note:

[1] In realtà anche lo stesso Ishii riprese l’idea della videocassetta con l’ultimo episodio della saga Angel Guts: Red Lightning nel 1994.

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