From Vegas to Macau 3

Voto dell'autore: 3/5
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From Vegas to Macau segue perfettamente l’etica e la morale del cinema del suo creatore, Wong Jing. I primi due film erano stati realizzati e promossi come già dichiarato dittico che doveva celebrare e riaggiornare la saga di una vita dell’autore, quella dedicata ai giocatori d’azzardo che con decine di film aveva camminato parallelamente al suo intero corpus filmico. In primis ad essere celebrata era l’epopea dei God of Gamblers, di cui venivano adottati attori, personaggi e temi, mutando tutto quello che era il classico circo di effetti classici in un florilegio di luccicante prepotenza dell’effetto digitale. Visto il monumentale successo dei primi due capitoli è quindi stato messo in produzione un terzo film da distribuire di nuovo in pieno capodanno cinese, pronto ad andarsi a conquistare i secondi posti del box office, non potendo ovviamente ambire ai livelli più alti occupati dal solito Stephen Chow.
Se i primi due possedevano una vaga coerenza narrativa e mostravano un crescendo del meraviglioso che nel secondo trovava (e trova) il suo punto più alto, questo terzo capitolo opta per una delle direzioni più elementari e arrendevoli del regista; buttare tutto in burla ammucchiando senza soluzione di continuità tutto quello che può essere evocato in quasi due ore di delirante cinema ricco, proprio come avveniva nei primi anni ’90 del cinema di Hong Kong.
Si allunga quindi a dismisura la partitura puramente comica nonsense, mangiandosi praticamente metà film salvo poi lasciare spazio all’azione che occupa ininterottamente tutta la seconda parte, seppur sempre annegata di comicità più o meno elegante.
Altra azione tipica di questi film è la sfilata di comparse di attori noti atti a portare un valore aggiunto e una certa attrattiva verso il pubblico. Dal caposaldo degli anni ’90 viene ripescato Charles Heung Wah-Keung, affiancato da suo figlio, Jacky Heung Cho mentre Andy Lau che era la sorpresa finale del precedente film, qua è co-protagonista assoluto.
Tra le decine di comparse provenienti da ogni ambito dello spettacolo locale la più sorprendete e imprevista è quella di PSY (l’autore del tormentone musicale Gangnam Style) nei panni di un rinomato giocatore d’azzardo coreano.

La storia narrata è elementare. Un nuovo villain, interpretato da Jackie Cheung, contrabbandiere di armi e inventore, riporta in vita il personaggio che era di Carina Lau, al fine di ammazzargli davanti il God of Gamblers (Chow Yun-fat). In attesa del previsto scontro, di mezzo c’è tempo per qualunque cosa:
ipnosi, robot che si innamorano e partoriscono, T-Rex, sezioni musical, Nick Cheung Ka-Fai che gioca a dadi vestito da Uomo Ragno, Law Kar-Ying che interpreta una specie di Ispettore Gadget chiamato Only Yu (citazione del A Chinese Odyssey di Jeff Lau?), eserciti in armature stile tokusatsu, uomini con braccia elettriche, Andy Lau che combatte contro una decina di suoi cloni cyborg, kung fu, sparatorie, ping pong a colpi di mannaia, melodramma, arti marziali tra robot, Kung Fu Mahjong.');" onmouseout="tooltip.hide();">mahjong, autocitazioni dei classici del regista come le classiche menzioni ormai perenni del Kung Fu Hustle di Stephen Chow e scenetta delirante che finisce addirittura a torte in faccia.
E alla fine si rivela limpidamente per quello che voleva essere ed è. Il “vecchio” film da capodanno cinese che non invecchia e fallisce mai, con le musiche, il “Kung Hei Fat Choi” indirizzato agli spettatori, la commedia, gli attori storici, e tanta solarità e leggerezza, ingredienti magici e ricorrenti di questo tipo di cinema hongkonghese.

Per le interpretazioni prettamente filmiche invece rimandiamo a discorsi fatti mille volte e che pongono film come questo in un limbo aereo tipicamente locale, da afferrare con strumenti e pinze specifiche al fine di coglierne le deliranti caratteristiche e sfumature. L’unica cosa certa è che ad oggi il secondo capitolo è quello cinematograficamente più organico e riuscito.

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