Fu Bo

Voto dell'autore: 3/5
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Fu Bo“Many people exist in the shadow, never entering the light. Then, it is only a step between life and death”. Questa frase è ripetuta prima dei titoli di coda del film, più volte e in più lingue diverse e in parte riassume l’essenza stessa di Fu Bo. Ipotizziamo un’ideale melange tra Aftermath di Nacho Cerdà e Vital di Shinya Tsukamoto, filtrato dall’ottica esteta e barocca dei due registi; il risultato è Fu Bo, esordio di Wong Ching-po (Jiang Hu, Mob Sister), in co-regia con Lee Kung Lok. Più vicino ai cortometraggi precedenti del regista che ai due noir successivi, il film in quanto ad estremi si può applaudire come un revival tardivo e glorioso del Cat III. Ma attenzione a non fraintendere le evidenti intenzioni dei registi. Il lavoro da loro prodotto non è un semplice video di exploitation, ma un racconto melodrammatico e intimista, una riflessione certosina sulla precarietà della vita e sulla profondità della morte. Sicuramente tra i tre film realizzati dall’inizio carriera al 2005 è il prodotto più coraggioso e riuscito, nonché personale, un’ottimo esempio di cinema indipendente cantonese.

La partitura narrativa segue in maniera discontinua e alternata le vicende di tre individui perennemente a contatto con la morte in tutte le sua sfaccettature; c’è chi la procura, chi la allevia, e chi la studia. Il primo personaggio è un addetto all’obitorio, esecutore di autopsie, perfettamente interpretato da Liu Kai Chi (Infernal Affairs 2, 2003), circondato da colleghi, superiori, allievi e poliziotti cinici. Il rispetto per i corpi, il confronto meccanico con i cadaveri, e la ripetitività di gesti e rituali scientifici perennemente a contatto con organi, suture e analisi è parte preponderante della propria vita. C’è poi un cuoco portoghese (Jacob Mense) il cui compito è cucinare l’ultima pietanza dei condannati a morte, lavoro che compie con certosina passione e coinvolgimento, finendo per divenire confessore e consolatore dei morituri. Infine un assassino delle triadi (Hugo Ng), spietato e cinico, sanguinario e privo di scrupoli.

Tre storie sullo sfondo di una Macao appena accennata visto che il film si appiccica con tendenza quasi feticista alle pareti e ai pavimenti umidi di obitori e corridoi sinistri, uffici anonimi, cucine fumose e celle buie, bar e ristorantini intimi, scendendo raramente in esterni se non per mostrare il luogo delle barbare esecuzioni. Lo sguardo dei registi è assolutamente estetizzante, barocco e pomposo nelle scenografie e nella resa cromatica forzatamente corretta, virtuoso nella regia sempre sopra le righe e irrispettosa di ogni norma standardizzata e fin troppo aggressivo nel montaggio. La violenza, supportata da degli effetti speciali più che convincenti, è assolutamente disturbante e realistica, senza risparmiare continui colpi bassi e nudi integrali. Di fronte alla morte tutti sono uguali, donne, uomini e bambini e al contempo tutti sono vittime di una rappresentazione equa e fastidiosa della morte violenta. Donne, uomini e bambini sono uccisi in modalità violenta, tutte e tre le “categorie” descritte nel corso del film vengono sgozzate e i loro corpi nudi deposti sul tavolo dell’obitorio, senza censure e acrobazie della macchina da presa per celare i dettagli. In una sequenza insostenibile giunge nell’obitorio il cadavere di un uomo ucciso per annegamento dalle triadi, recuperato col torace aperto ma ricucito. Nel corso dell’autopsia dal suo ventre verrà estratto di tutto, da dei pesi per farlo affondare meglio ad un neonato legato.  Nonostante tutto, il film è estremamente poetico e introspettivo, un canto funebre malinconico e struggente, un’esordio decisamente interessante. Purtroppo i tre personaggi principali non vengono approfonditi e sviluppati tutti con la stessa continuità, focalizzando la maggior parte del film su quello interpretato da Liu Kai Chi e tralasciando anche troppo gli altri due. Tra gli altri attori va menzionata la presenza di Paulyn Sun (Ichi the Killer, 2001) e i cameo di Anthony Wong e Eric Tsang nei ruoli di due condannati a morte.

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