Fun Bar Karaoke

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Fun Bar KaraokePu è una ragazza come molte, forse un pò più seria delle altre visto che è dovuta suo malgrado andare incontro ad una maturazione forzata in seguito al decesso della madre e all’attitudine da playboy nullafacente del padre. Lavora come truccatrice all’interno di alcuni studios televisivi. Intorno a lei gravitano altre due persone, un’amica commessa di un 7Eleven e un killer spietato, nella vita timido e impacciato ragazzone con il sogno di fuggire negli USA. Da alcune notti Pu fa lo stesso sogno; vede una donna, sua madre morta, intenta a costruire una miniatura di una casa, sogno che si presenta sempre più spesso e che all’avanzare della costruzione dell’edificio in miniatura vede nella realtà il padre infilarsi in affari sempre più loschi, invaghendosi di una prostituta protetta da un boss della mafia locale. Il padre dell’amica, che ha velleità da negromante, facendole le carte le rivela che quando l’edificio presente nel suo sogno sarà completato una persona a lei vicina –suo padre- morirà.
E’ questa la premessa narrativa del delizioso Fun Bar Karaoke, pietra di testa della new wave thailandese ed esordio alla regia di Pen-ek Ratanaruang. Così iniziava idealmente e nelle intenzioni del regista stesso la rinascita della cinematografia nazionale. Purtroppo il film (come i due successivi, il successo arriverà solo al quarto film) non riscuoterà il riscontro sperato e toccherà al Dang Bireley’s and Young Gangsters, uscito lo stesso anno, incarnare il ruolo di film rappresentante del nuovo cinema thai. Paradossale per certi versi, visto che anche se Dang Bireley è più maturo, serio e epico, è proprio Fun Bar Karaoke ad incarnare alla perfezione il senso stesso del cinema locale, a raccontare vizi e virtù, ad ancorarsi alla storia del paese e ad incarnare un flusso e crogiuolo continuo di stili e umori propri fino ad allora solo del cinema di Hong Kong. Il film forse era troppo sperimentale ed ellittico per un pubblico locale, troppo sofisticato, burbero ed epilettico nell’etica interna. Certo, è anche un prodotto abbastanza immaturo e sottile ma al contempo molto virtuosistico e piacevole. Dagli spassosi titoli di testa, fusione tra le danze serpentine di Loïe Fuller e le pose in silouette di Liu Chia-liang, alle frecciate contro la TV e lo star system locale; di fronte ad un quiz televisivo la protagonista esclama “la tv è piena di idioti!” mentre un regista di spot dopo aver convinto un’attricetta a tagliarsi i capelli le sussurra “se tutte le attrici thailandesi avessero la tua attitudine, vinceremmo un oscar”. Il film ha comunque avuto una lunga vita in giro per i festival mondiali (Berlino incluso) e il regista ha saputo essere ottimo rappresentate del nuovo cinema thailandese con le sue opere successive come 6ixtynin9 e Last Life in the Universe.
La provenienza da spot e videoclip si nota e si rovesciano nella messa in scena, nella selezione di tonalità acide della fotografia, alternando sequenze pulp e sanguigne, ad altre di un pacato e tenerissimo candore, ad altre ancora di pura comicità; nella sequenza più “famosa” (che spesso appare anche nelle cover dei DVD) un killer con pantaloni calati seduto in tazza, mentre sta espletando in una toilette pubblica, spara ad una vittima attraverso la parete del bagno, la deruba e la lascia in una pozza di sangue non prima di essersi lavato per bene nel lavandino lì vicino.
Un film quindi fondamentale e imprescindibile per capire da dove nasce tanta foga creativa e una delle cinematografie più vitali e frizzanti dell’ultimo decennio.

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