Ghost in the Mountains

Voto dell'autore: 4/5
Voto degli utenti InguardabileSufficienteConsigliatoOttimoImperdibile [5,00/5: 1 voti]

All’interno del noir “regionale” cinese continentale, un nuovo tassello sopra la media “conquista” i Festival nel 2017. Ghost in the Mountains va ad affollare una zona del nuovo cinema locale dove la personalità e vitalità artistica è presente e vistosa. Una zona in cui sperimentare, in cui conquistarsi spazi di libertà nei limiti della rappresentabilità nazionale, una zona che elargisce cinema d’autore e che glorifica anche a livello di qualità la settima arte locale a fronte di blockbuster vuoti e sterili parimenti quelli statunitensi; una zona che riesce anche a divenire fonte di ispirazione per il cinema ricco.

E’ un cinema in cui ci si può abbandonare a esperimenti, test, libertà che non hanno come fine ultimo il mercato ma l’evoluzione e la nobilizzazione della settima arte.

Volendo collocare Ghost in the Mountains in questa zona ormai sempre più definita e “reale”, oltre che posizionarlo geograficamente (il film è situato nello Hunan, stesso brandello di terra condiviso dal bel The Looming Storm), potremmo accoglierlo come una visione complessa a tratti estenuante in direzione di un titolo come Silent Mist, ma con un’apparato fotografico immaginifico che rema verso Crosscurrent, considerando però i due titoli citati come passi successivi, ulteriori e più radicali nell’abbracciare limiti rappresentativi e narrativi del contesto citato.

Quello che è il pregio maggiore del film, a fronte delle evidenti scelte di “costruzione” e gestione delle location, opera di scouting assolutamente memorabile, è il voler tornare indietro di alcuni decenni nel glorificare il grande schermo con i mezzi propri e basilari del cinema. Lo schermo diviene così fonte primaria di fruizione del film atta a valorizzare i totali, i campi lunghi, le articolate composizioni scenografiche, i millimetrici movimenti dei carrelli, l’assenza totale di primi piani. Lo schermo non è più tela su cui spalmare roboanti esplosioni digitali e creature di pixel votate al gigantismo, ma parete su cui posizionare elementi limitati dai suoi contorni e insufficiente a contenere la narrazione di ambienti così estesi, tanto che il fuori campo assurge a luogo di centrale importanza sia quando da esso entrano elementi in campo sia quando viene percorso da panoramiche quasi a 360 gradi.

Un film in questo senso praticamente invisibile e inguardabile su un dispositivo portatile poiché impone mezzi di fruizione adeguati e soglia di attenzione sensibilmente attivata.

Un’ode totale al cinema con una narrazione circolare e impossibile sullo stile del Prima della Pioggia di Milcho Manchevski e una palese rappresentazione bagnata di nouvelle vague di godardiana memoria, tra eterni dialoghi ripresi di spalle alternati a labiali invisibili e evitati con decisione.

Lo Hunan narrato dal regista è luogo bucolico sferzato da decadenti partiture urbane, lasciti di umani di passaggio o stanziali, in movimento o rassegnati a restare.

Dopo dieci anni un uomo torna al proprio villaggio. Ma il denaro sembra di nuovo essere la causa di ogni male del mondo.

Curioso notare come, di nuovo, ci si trovi di fronte ad una ricerca spasmodica e immotivata del denaro e, una volta ottenuto, nell’imbarazzo di non saperlo utilizzare né spendere, essendo vissuti in uno regime vitale in cui non erano presenti ambizioni e bisogni secondari imprescindibili, diretto retaggio della deriva capitalista dell’occidente. In pratica, un tema comune ad un altro interessante noir (in realtà abbastanza laterale al genere) cinese rurale, quel The Donor da noi “noto” per aver vinto un’edizione del Festival di Torino.

Yang Heng, si rivela e conferma regista di elevatissima caratura, e vista la radicalità del prodotto che può ricordare in parte i primi film di Diao Yinan, potrebbe ancora produrre qualcosa di ulteriormente illuminante, il suo Black Coal, Thin Ice personale.

Salva

Salva

CONDIVIDI: