Ghost of Valentine

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Ghost of ValentineSao è un’infermiera dal cuore infranto che va a lavorare in un ospedale dall’aria alquanto vetusta e sinistra. Qui incomincia a conoscere altre infermiere, portantini, degenti e una strana bambina…

L’ondata di horror thailandesi pare inarrestabile (lo stupefacente Dorm è lì a reclamare e rivendicare un sacrosanto diritto di visibilità) e anche se le – probabilmente sovradimensionate – aspetattive per questa pellicola di Yuthlert Sippapak sono state largamente disattese da un riscontro al botteghino assai magro Ghost of Valentine si ritrova ennesimo testimone di una cinematografia pronta ad invadere il mercato occidentale.

Il titolo è già di per sé garanzia, invero un po’ logora, di un universo cinematografico attraversato da significanti e significati che legano la dimensione ultraterrena a quella individuale, personale, di un inconscio che proietta incessantemente le proprie angosce rimosse trasferendole sul piano emotivo-esistenziale, allucinando dunque il reale e dispiegandosi come materializzazione visiva del dolore, come fantasma inesorcizzabile del profondo. Yuthlert Sippapak dispone il materiale narrativo in uno spazio concentrazionario e claustrofobico, forte delle sue conoscenze in campo architettonico-urbanistico, collocando lo svolgersi della vicenda in un’ambientazione atipica come quella di un ospedale (o meglio un nosocomio) dalle fatiscenti architetture. Luogo immerso in una sottile e liquida caligine giallo ocra nel quale si respira un’atmosfera lugubre e malsana. Ghost of Valentine si dimostra opera felicemente diseguale nel combinare piani narrativi e visivi di assoluta eterogeneità come l’horror e il melodramma romantico, affidandosi a una diversa gestione della tensione (e i relativi meccanismi di costruzione) lavorando per accumulo e dispersione. L’alternanza di momenti orrifici (il terrificante gironzolare del “krasue”, spettro thailandese effigiato in una testa senza corpo da cui spuntano le interiora come appendici, costretto a vagare alla ricerca di placente da divorare) e sentimentali (i due protagonisti della storia, che si scoprono finalmente amanti del giorno di San Valentino) riescono a trovare il loro struggente equilibrio solo nel finale (una sorta di “final agniction” da “gothic novel”) allorché viene scoperta l’origine tragica della loro separazione, oltretutto conseguenza lacerante di una bimba mai nata.

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